Accademia
Frank Peter Zimmermann/Martin Helmchen
Frank Peter Zimmermann/Martin Helmchen
20 giugno 2021
20 giugno 2021
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Ludwig van Beethoven
Sonata in sol maggiore op. 30 n. 3
Sonata in la maggiore op. 47, a Kreutzer
Sonata in sol maggiore op. 96
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Nella copiosa produzione cameristica beethoveniana, un posto di rilievo spetta di diritto alle Sonate per violino e pianoforte. Beethoven ne compose dieci tra il 1797 e il 1812: le tre Sonate dell’op. 12, l’op. 23, l’op. 24, le tre Sonate dell’op. 30, l’op. 47 e l’op. 96. Tutte testimoniano la ricerca continua di un connubio sonoro perfetto tra violino e pianoforte e di soluzioni espressive e strutturali innovative e talvolta audaci.

La Sonata in sol maggiore op. 30 n. 3, composta nel 1802, è la terza della raccolta pubblicata nel 1803 e dedicata all’imperatore Alessandro I di Russia. Articolata nei tre canonici movimenti, la Sonata in sol maggiore fu da subito apprezzata per il carattere genuino e gioioso. L’Allegro iniziale è scandito da una ritmica vitale e da vigorosi passaggi all’unisono, il Tempo di minuetto suona invece leggiadro e disteso mentre il movimento finale - Allegro vivace -  si presenta come un moto perpetuo in tempo ternario dove fanno capolino ritmi di danze russe.

La Sonata in la maggiore op. 47 a Kreutzer è senza dubbio la più sperimentale e tecnicamente ardita tra le dieci sonate del maestro di Bonn. Beethoven la compose tra il 1802 e il 1803 dedicandola inizialmente al violinista inglese George Bridgetower, con cui la eseguì per la prima volta a Vienna nel 1803. Tuttavia, in seguito a dissapori nati tra i due musicisti, in fase di pubblicazione Beethoven decise di dedicare la sua opera a un altro violinista, Rudolph Kreutzer, il cui nome è da allora indissolubilmente legato a questa sonata. Nonostante fosse un virtuoso di prim’ordine, Kreutzer in realtà non la eseguì mai in pubblico temendo di non essere all’altezza di una pagina così ardua e da lui stesso definita una “composizione bizzarra, quasi pazzesca”. Il giudizio di Kreutzer, condiviso anche da molti commentatori del tempo, era dettato dal carattere della Sonata in la maggiore in cui la dimensione cameristica propria del genere è nettamente sovrastata dalla dimensione concertante. Nel travolgente primo movimento (Adagio sostenuto. Presto) così come nel Presto finale, infatti, i passaggi virtuosistici, i gesti plateali, l’enfasi oratoria sono la regola e non l’eccezione di una scrittura musicale nuova e spinta ai limiti.

L’addio di Beethoven al genere della Sonata per violino e pianoforte è affidato alla Sonata in sol maggiore op. 96, composta dieci anni dopo la Sonata op. 47. Dedicata all’arcivescovo Rodolfo, che ne sarà il primo interprete al fianco del violinista Pierre Rode, la Sonata in sol maggiore è articolata in quattro movimenti di grande equilibrio. Lasciatosi alle spalle le focose intemperanze e gli eccessi sperimentati nella Kreutzer, Beethoven reimposta in questa sua ultima opera le regole della tradizione con un Allegro moderato iniziale in forma- sonata di gusto classico, un Adagio espressivo dai toni liederistici, uno Scherzo baldanzoso e un Allegro finale costruito come un Rondò con variazioni, tutti improntati a una ritrovata regolarità e compostezza.