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Zubin Mehta

Zubin Mehta
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Giuseppe Verdi
Te Deum
Firenze, Teatro Comunale, 1 giugno 1996

Gustav Mahler
Sinfonia n. 1 Titano
Firenze, Teatro Comunale, 4 febbraio 2000

OF 005 1 CD STEREO ADD

Il Romanticismo di un titano

Nel 2012 il Teatro del Maggio Musicale ha festeggiato i cinquant’anni dal debutto a Firenze di Zubin Mehta che avvenne l’11 febbraio 1962 con concerto sinfonico il cui programma presentava un pezzo contemporaneo in prima esecuzione per la città, Incontri di Piero Giorgi, il Concerto in la minore di Schumann con il pianista Friedrich Gulda e la Prima Sinfonia di Mahler. A ventisei anni il giovane Mehta si trovava ad uno snodo decisivo della sua folgorante carriera. Dopo aver iniziato studi di medicina e ricevuto la prima formazione musicale a Bombay dal padre violinista e direttore d’orchestra, non ancora ventenne si era trasferito a Vienna per seguire i corsi di Hans Swarowsky alla Akademie für Musik; già nel 1958 si era imposto all’attenzione internazionale grazie ai premi vinti nel concorso di Liverpool e al Koussevitzky di Tanglewood che gli avevano permesso di collaborare con grandi orchestre sinfoniche come la Israel Philharmonic, i Wiener e i Berliner Philharmoniker. Nel 1961 era stato nominato direttore musicale della Montreal Symphony Orchestra e poco dopo, chiamato per la prima volta sul podio della Los Angeles Philharmonic in sostituzione di Fritz Reiner, aveva suscitato un tale entusiasmo da essere invitato ad assumerne la direzione stabile dall’anno seguente. Un grande successo coronò anche quel suo primo concerto fiorentino tanto che fu subito invitato a tornare nel seguente ottobre e ancora maggiore impressione suscitò, nell’estate 1964, il suo debutto al Teatro Comunale come direttore d’opera in una Traviata con protagonista Virginia Zeani. Da allora, pur pressato dai impegni internazionali sempre più numerosi, Mehta trovò sempre modo di tornare a Firenze stabilendo un legame con l’Orchestra e con il pubblico destinato a rinsaldarsi durante il Maggio 1969 che lo ebbe protagonista assoluto con una fastosa edizione dell’Aida di Verdi e indimenticabili rappresentazioni della Entführung aus dem Serail di Mozart e del Fidelio di Beethoven con la regia di Giorgio Strehler. Il rapporto con Firenze si intensificò ulteriormente nel 1985 con la nomina a direttore principale del Teatro del Maggio e nel 2006, in occasione del suo settantesimo compleanno, con quella di direttore onorario a vita.
In tanti anni di collaborazione con il teatro fiorentino Zubin Mehta ha svolto uno straordinario lavoro di potenziamento delle capacità dell’orchestra e del coro che grazie a lui sono riusciti ad affrontare con risultati eccellenti alcune fra le partiture più impervie, basti pensare alle due edizioni della Tetralogia, dei Meistersinger e del Tristan di Wagner, ai Troyens di Berlioz, a Salome, Der Rosenkavalier, Ariadne auf Naxos e Die Frau ohne Schatten di Richard Strauss, all’Affare Makropulos di Janáček, allo Schönberg dei Gurre-Lieder e del Moses und Aron che nel 1994 gli valse il premio Abbiati della critica italiana, a Turangalîla e alla prima nazionale di Éclairs sur l’au-delà… di Messiaen. Altrettanto importante è stato però l’impegno profuso da Mehta nel consolidamento del grande repertorio attraverso le integrali delle Sinfonie e dei Concerti di Beethoven e Brahms, le tre opere su libretti di Da Ponte, la Entführung e la Zauberflöte di Mozart, Lucia di Lammermoor di Donizetti, Il trovatore, La traviata, La forza del destino, Don Carlo, Aida, Otello, Falstaff di Verdi, Tosca e Turandot di Puccini, quest’ultima nel monumentale allestimento di Zhang Yimou che fu esportato nella Città Proibita di Pechino.
Le registrazioni abbinate in questo disco accostano opere appartenenti alla stessa epoca ma dal carattere fortemente contrastante, e provengono da due concerti diversi. Il Te Deum registrato al Teatro Comunale il 1° giugno 1996 chiudeva la prima parte di un insolito programma incluso nel 59° Maggio Musicale che accostava i Quattro pezzi sacri di Verdi ad un’esecuzione in forma di concerto del Prigioniero di Luigi Dallapiccola. Più volte nel suo lungo sodalizio fiorentino Mehta si è accostato al Verdi sacro dirigendo varie esecuzioni dei quattro lavori corali composti fra il 1886 e il 1897 e soprattutto della Messa da Requiem proposta anche nel corso di tournées all’estero. In questo caso lo si ascolta restituire con sbalzo maestoso l’inno normalmente collocato in chiusura dei quattro lavori sacri verdiani, in realtà concepiti separatamente senza l’intento di farne le parti un ciclo unitario. Mehta punta ad un perfetto bilanciamento delle masse schierate, con l’orchestra impegnata ad enfatizzare la minuziosa aderenza della scrittura corale ai significati del testo, cogliendo con misura esemplare le diverse componenti della partitura, il raccoglimento dell’ispirazione religiosa e i riferimenti ad una polifonia nutrita di rimandi al gregoriano come gli ineludibili echi di pathos melodrammatico dissimulati dietro un tono di severa compostezza.
Ancor più indicativo del virtuosismo tecnico e della statura interpretativa del direttore indiano è l’ascolto della Prima Sinfonia di Gustav Mahler, autentico cavallo di battaglia dei suoi inizi di carriera, più volte incluso nei programmi fiorentini fin dal primo concerto e in questo caso eseguito il 4 febbraio 2000. Mahler è sempre stato al centro del repertorio di Mehta. Un interesse che risale al periodo degli studi a Vienna quando nel 1960 potè assistere alle prove della Quinta Sinfonia diretta da Bruno Walter nella ricorrenza del centenario della nascita. Due anni dopo a Los Angeles ebbe modo di avvicinare il grande direttore ottantaseienne che era stato amico e assistente di Mahler e di discutere con lui proprio alcuni aspetti della partitura della Prima. Nella maggioranza delle esecuzioni, come in questa, Mehta ha preferito adottare la versione definitiva in quattro movimenti anche se talvolta, come si ascolta in un’incisione del 1986 con la Israel Philharmonic, ha recuperato l’Andante Blumine (Raccolta di fiori) eliminato dal compositore nel 1896 e rimasto inedito fino al 1968. Nella celebre introduzione del primo tempo, evocativa del risveglio della natura dopo il sonno invernale, il nitido rilievo delle prime parti sullo sfondo impalpabile degli archi offre un saggio indicativo di una trasparenza formale destinata a contrassegnare l’intera esecuzione, come d’altra parte la calorosa bellezza del suono e la cordiale disposizione al canto che ne rivelano la cifra squisitamente viennese. Il Mahler di Mehta, immerso nella tradizione romantica, non conosce i fraseggi angolosi e le acidità timbriche tesi con altri interpreti a suscitare premonizioni espressioniste. Anche nel Titano, dopo l’incontenibile scatenamento di energia che sigilla il primo tempo e la rustica gaiezza danzante dello Scherzo, lo scenario indistinto e misterioso del terzo movimento si dipana in un’atmosfera di delicata malinconia popolaresca e la battaglia ingaggiata nel vasto ultimo movimento si carica fin dalle prime battute di una prorompente vitalità che non lascia dubbi sullo sbocco vittorioso della coda con la celebrazione clamorosa di una sana fiducia nei valori della vita.

Giuseppe Rossi

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