fbpx

Zubin Mehta

Zubin Mehta
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Anton Brucker
Sinfonia n. 4 in mi bemolle maggiore Romantica

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 13 maggio 2017

OF 024 1 CD STEREO DDD

Chiaro, fresco, dolce Bruckner

Se ti chiedi quale sia la carta vincente di questa registrazione, o se vogliamo il segreto, la formula magica che consente a Zubin Mehta di raggiungere questi risultati, la risposta forse è abbastanza semplice: fare quel che è giusto e appropriato, ed eseguire la Quarta di Bruckner per quel che è. Cosa meno facile di quanto non possa sembrare a prima vista. Infatti la storia di questa Sinfonia è abbastanza tormentata. È un labirinto di prime versioni, revisioni, revisioni delle revisioni, partiture a stampa più o meno contraffatte da amici benintenzionati e da Bruckner subite con remissività sconcertante, ed edizioni critiche una contro l’altra armata prodotte nel secolo scorso, nel quale non ci si raccapezza senza studiarci per ore e ore. Senza che la guerra a suon di particolari combattuta dagli studiosi riesca a coinvolgere troppo in profondo l’ascoltatore, che se la fa piacere sempre, a prescindere dall’edizione seguita in questa o quella circostanza (in questo caso, per chi fosse interessato, Mehta segue quella autorevolissima curata da Robert Haas nel 1944). Sta di fatto che se la data di nascita della Quarta, nella sua prima stesura, è il 1874, quella degli ultimi definitivi ritocchi (ammesso che Bruckner abbia mai inteso come definitivo qualcuno degli innumerevoli interventi con cui tormentò se stesso e i suoi capolavori) è addirittura il 1888. Quattordici anni sono tanti, e per Bruckner quei quattordici specifici anni sembrano ancora di più, in barba al luogo comune che vuol la sua opera creativa sostanzialmente unitaria, e coerente nello stile fino a far assomigliare una Sinfonia all’altra.
Nel 1874 Bruckner ha cinquant’anni (età tutt’altro che avanzata, per un compositore come lui, sbocciato con una lentezza senza termini di confronto in tutta la storia della musica), e al suo attivo solo tre (cinque, contando le due giovanili rimaste a lungo inedite ed eseguite) delle nove (o undici) Sinfonie cui arriverà lasciando incompiuta la Nona alla sua morte del 1896. È, a modo suo, cioè serbando radici profondissime in una passato glorioso, un musicista moderno, allineato per molti aspetti alle tendenze più attuali. Da poco ha potuto incontrare il suo idolo Wagner, profeta della musica dell’avvenire: che però per il mondo è ancora il Wagner di Tristano, modulante da un Romanticismo alle ultime battute agli abissi del Decadentismo, ma certo non ancora quello di Parsifal, messaggero insieme seducente e inquietante di una spiritualità malata di estetismo. Così Bruckner non è ancora quello delle durate smisurate, delle orchestre gonfie di ottoni e specialmente dei colori misteriosi e anomali delle quattro tube wagneriane, come avverrà a partire dalla Settima, portate ad avere i legni a tre anziché a due come dalla seconda versione dell’Ottava in poi, del cromatismo da brividi sovrapposto al trascinamento di una modalità scopertamente odorante d’incenso, delle cime abissali dell’Adagio vertiginoso su cui si interromperà la Nona. Nel 1888 invece è già stata portata a termine la prima stesura dell’Ottava, valutata come la composizione strumentale più lunga che si sia mai vista (non sentita: per farla finalmente risuonare ci sarebbe voluto il Novecento), e per Bruckner lo stesso Parsifal è un’esperienza già vissuta, e Wagner un lutto da tempo metabolizzato. E certo qualche aspetto delle molte revisioni ha finito per portare la Quarta un po’ più vicina a questo ultimo Bruckner grandioso e malinconico, profondo e tortuoso.
Ma la concezione generale dell’opera ha e serba i caratteri dell’ultima stagione romantica (non per niente appunto con il soprannome di Romantica la indichiamo spesso), non, se non in nuce, quelli dei fiori marcescenti di una fin di secolo superbamente agonizzante. E proprio questo sembra dirci Zubin Mehta, con la sua interpretazione limpida, decisa, vitalistica. Tra monumentalità e freschezza, fra smarrimenti nell’inconscio e chiarezza, fra ripiegamento e letizia, elementi che certo convivono nella Quarta, ma in dosaggi non simmetrici, Mehta sa evidentissimamente che cosa scegliere. Anche i momenti più grandiosi, come il culmine fonico e armonico che svetta al centro del primo tempo, si avvolgono di luce anziché di ombre, sanno di fede più che di catastrofe. Esemplare sotto questo aspetto la condotta del secondo tempo: Mehta se legge un’indicazione come Andante quasi Allegretto non si mette a cercare in questa creazione dolce e come poche amabile (seppur con una sua muscolatura nascosta) un Adagio che non c’è. Così come sa far danzare lo Scherzo salvando le fanfare degli ottoni dal rischio di sembrare (cosa che non sono) intempestivamente sfacciate. Tutto converge così verso l’ultimo movimento, che con la scelta dei tempi e delle sonorità sembra dimostrare retrospettivamente la logica della lettura dei tre tempi precedenti, facendoci sentire come inevitabile il ritorno del tema iniziale della Sinfonia in una conclusione che ha davvero il senso di una festa. La stessa logica ed essenzialità che guida l’interpretazione dei tanti crescendo della Quarta, costruiti con un’individuazione impeccabile delle dinamiche e dei fraseggi.
Cose, com’è evidente, che oltre a pensarle con la testa un direttore deve anche saperle realizzare con il gesto: e quello di Zubin Mehta essendo proverbialmente fra i più efficaci (e belli) che ci siano in giro nessun si meraviglia che ci si riesca. Da qui la differenziazione sottile delle dinamiche, la tenuta inflessibile del ritmo (esemplari, tanto per fare un esempio le grandinate di un-due / un-due-tre che costellano il primo tempo). E poi, last but not least, ci dev’essere anche un’orchestra che trasformi idee e gesti in suono. E l’Orchestra del Maggio segue il suo direttore con un’intesa che certo si deve a decenni di collaborazione intensissima, ma forse anche a una sintonia profonda sul piano umano. Una sorta di benefico zoccolo duro sul quale si mettono in luce le prove magnifiche di un corno del quale – altra cosa pacificamente riconosciuta – non sembra facilissimo trovare l’uguale, di tanti altri solisti, di sezioni preziose e compatte. Così riascoltare questo concerto è un’ottima maniera di aiutare l’Orchestra del Maggio a soffiare sulle sue novanta candeline, siglando un passato che per tanta parte ormai si identifica anche con Zubin Mehta.

Daniele Spini

ACQUISTA