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Werther

Jules Massenet
Werther

Werther Alfredo Kraus
Albert Rolando Panerai
Le Bailli Graziano Del Vivo
Schmidt Angelo Marchiandi
Johann Giorgio Giorgetti
Brühlmann Luigi Fontana
Charlotte Lucia Valentini Terrani
Sophie Anastasia Tomaszewska Schepis
Kätchen Patrizia Parnasi

Georges Prêtre
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Coro allievi del Centro Kodály di Firenze

Maestro del Coro Giovanni Mangione

Firenze, Teatro Comunale, 26 gennaio 1978

OF 011 2 CD STEREO ADD

Lo stato di grazia

Il 26 gennaio 1978 Werther ritornò al Comunale. Mancava da 23 anni; nel ’55 (il 16, il 20 e il 22 dicembre) protagonista era stato Ferruccio Tagliavini, che a Firenze aveva già cantato Werther nel 1942 (il 10, 13, 20 ottobre, sempre con la Charlotte di Pia Tassinari, sua moglie nella vita), all’apice della carriera e della forma, confermandosi con Tito Schipa il migliore interprete italiano dell’opera di Massenet dall’inizio del secolo.
Nella nuova produzione, firmata da Pier Luigi Samaritani per la regia, scene e costumi, Werther era Alfredo Kraus, il tenore canario, il più raffinato, anche se non il più popolare, rappresentante della scuola spagnola. Aveva debuttato nel Werther, a Piacenza nel 1966, cantandolo in italiano. Dagli anni Settanta aveva preso a eseguirlo in lingua originale. Kraus aveva voce fresca ed elastica di tenore lirico-leggero, con una penetrazione ed una vibrazione fuori dal comune. Il perfetto uso della maschera gli consentiva di salire all’acuto senza difficoltà e di mantenere intatta ed omogenea l’intera gamma. Il francese giovava al suo timbro particolare. Quello che agli esordi nella parte era soprattutto un eccellente tenore, si trasformò a Firenze in un interprete completo. L’aristocratica eleganza del porgere, il fraseggio capace di fare propria la peculiarità della melodia di Massenet, la dizione perfetta, la presenza scenica infallibile erano gli strumenti con i quali Kraus si identificò in Werther e ne colse quello spleen che lo paralizza e lo rende inetto all’azione, ma tutto votato alla contemplazione dell’amore nel desiderio della morte. Kraus, come ha dichiarato in numerose interviste, tradusse in canto la specificità del personaggio creato da Massenet. E lo fece con quell’originalità che contraddistinse sempre le sue interpretazioni, così da risultare personalissimo, distante da ogni precedente modello, dagli italiani, i già citati Tagliavini e Schipa, con l’aggiunta di Cesare Valletti, ma anche dai francesi come Georges Thill. Aveva compreso che il dramma si svolge nell’anima e che dunque dovrà rifuggire da quell’esteriorità, cui talvolta indulgono gli interpreti, che prestano a Werther o accenti incandescenti, prossimi al Verismo, o languori, vicini al sentimentalismo arcadico.
Da qui derivava la contemplazione ora assorta ora esaltata, che caratterizza l’invocazione alla natura nel primo atto, “O nature, pleine de grâce”. Kraus aderì alla vocalità della pagina, rispettandone la dinamica (per esempio il passaggio dal forte al pianissimo di “te salue, humble mortel!”; oppure il diminuendo di “Mère éternellement jeune”; poi il crescendo del successivo “o nature”, il forte di “soleil” e il fortissimo di “rayons”) così da realizzare il dramma attraverso la musica senza nulla concedere al virtuosismo. Da qui discendeva la delicatezza, che pervade i duetti tra Werther e Charlotte nel primo e nel secondo atto. Nell’uno e nell’altro caso Kraus, in virtù del suo canto penetrante, ci fece sentire che Werther non è il protagonista di un infelice vicenda bucolica, ma viveva l’esperienza del doloroso bramare (Sensucht direbbero i tedeschi), qualcosa di irraggiungibile. Kraus sapeva che Werther non è solo elegia, come nel secondo atto dimostrano gli accenti della parabola del figliuol prodigo (“Pourquoi trembler devant la mort?… Lorsque l’enfant revient”). Nel terzo, dopo avere intonato le strofe dell’Ossian (“Pourquoi me réveiller”) con trasognata disperazione, gestita con arte magistrale, salutata da un’interminabile ovazione, fu capace di accendersi nel successivo duetto, ghermendo gli acuti con impeto travolgente, per poi abbandonarsi al più profondo sconforto dell’ultimo atto, dove nulla concede alla teatralità. Eppure l’edizione di Firenze non potrebbe rappresentare uno dei punti più alti della storia dell’interpretazione del Werther, se Alfredo Kraus non avesse avuto al suo fianco la Charlotte di Lucia Valentini Terrani.
Nella seconda metà degli anni Settanta, Lucia Valentini Terrani era già una cantante affermata grazie alle sue performances di alcuni titoli comici di Rossini, in particolare della Cenerentola. Non si era ancora accostata al Rossini serio, cercando nella sua voce di puro mezzosoprano quelle risonanze di contralto profondo che avrebbero finito per non giovarle. Era voce dal velluto prezioso, dal timbro raffinato, schiettamente femminile, con screziature umbratili che evocano certe tinte misteriose del Tiziano. La voce dolcissima ed elegante, che avevamo avuto modo di ascoltare e di apprezzare nell’incisione della Fedeltà premiata (Celia), del Mondo della luna (Ernesto) di Haydn e nell’Orlando furioso (Alcina) di Vivaldi, si dimostrò adatta per vivere il dramma di Charlotte. Ci sembra che tra la Valentini Terrani e Charlotte si stabilisca un’affinità elettiva, che la rende vicina a questo personaggio tormentato, al suo delicato pudore, alla riservatezza, alla naturale signorilità, che solo per un momento cede alla passione, subendone le tragiche conseguenze. Per questo le conviene la vocalità lyrique di Charlotte; come così nel novembre ’83, sempre al Comunale, le calzò a pennello quella di Mignon in una delle rare riprese moderne dell’omonima opera di Charles-Louis-Ambroise Thomas. L’immedesimazione con Charlotte le riuscì nella misura in cui trovò nel suo prezioso strumento non solo le sonorità intime per i duetti del primo e del secondo atto, ma anche la concentrazione drammatica del terzo e del quarto atto. Come quella di Kraus l’interpretazione della Valentini Terrani nasceva e viveva dentro la musica con un’aderenza completa alle indicazioni di Massenet. Nella scena della lettera, nel successivo duetto, nell’intero quarto atto, la Valentini Terrani fu capace di slancio e di vibrante partecipazione; sostenne impavida una tessitura che impegna la voce nel grave, per poi proiettarla con roventi escursioni fino al la acuto; fu in grado di trovare per ogni parola e per ogni accento la risonanza più conveniente, il suono e il colore più convincente, con un gioco timbrico e dinamico che stupisce e ammalia.
A preservare l’intero cast dall’enfasi, ad impedire di inzaccherarsi nel sentimentalismo, a evitare ogni residuo di un tardo-romanticismo di maniera ci pensò la direzione di Georges Prêtre, che ritroverà Kraus e la Valentini Terrani, due anni dopo il Werther a Firenze, per la ripresa di questo spettacolo e poi nel 1986 all’Opéra di Parigi.
Prêtre, che deve considerarsi bacchetta di riferimento per il repertorio francese, diresse un Werther vitale, conciso, a tratti deciso. Ma non sacrificò le atmosfere romantiche, anzi le evocò con dolcezza; per esempio in quella breve pagina orchestrale che va sotto il nome di Clair de lune. O le caricò di risonanze drammatiche, come nell’Intermezzo (per l’esattezza Symphonie), la Nuit de Noël, che precede il quarto atto. Non sacrificò i momenti esornativi della partitura: i canti bacchici di Johann e Schimdt, che trovarono felice definizione in Angelo Marchiandi e Giorgio Giorgetti nel 1977, e in Piero Di Palma e Giorgio Giorgetti nel 1982; le affettuose lezioni del Podestà, prima Graziano Del Vivo e poi Paolo Washinghton; l’infantile civetteria di Sophie affidata in entrambi i casi ad Anastasia Tomaszewska Schepis. Il corruccio di Albert ebbe in Rolando Panerai, che aveva debuttato in questa parte il 7 marzo 1947, pertinente definizione. Nell’animare il dramma Prêtre nulla concedette alla gratuita esibizione dei mezzi vocali dei suoi interpreti. Così nel rovente duetto del terzo atto il direttore impedì a Kraus e alla Valentini Terrani di compiacersi del loro registro acuto e li inchiodò all’azione con gesto perentorio
La pubblicazione di questa registrazione in una nuova e più attenta rimasterizzazione va a colmare un vuoto della discografia del Werther, dal momento che nessuna casa pensò mai di fissare in studio il riuscito connubio tra Prêtre, Kraus e la Valentini Terrani. Lucia Valentini Terrani non incise Werther e Kraus lo fece con altro direttore e un altro mezzosoprano. In quell’occasione il tenore spagnolo, sempre bravissimo, non ritrovò lo stato di grazia delle recite fiorentine.

Giancarlo Landini

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