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Voix d’espoir

Voix d’espoir

Veronica Simeoni mezzosoprano – Michele D’Elia pianoforte

Hector Berlioz (1803-1869)
Les nuits d’été, op. 7

Claude Debussy (1862-1918)
Deux romances

Georges Bizet (1838-1875)
Adieux de l’hôtesse arabe, n. 4

Reynaldo Hahn (1874-1947)
Si mes vers avaient des ailes , A Chloris, Paysage,
D’une prison, L’heure exquise, L’énamourée

Federico Biscione (1965)
Trois esquisses lyriques pour chant et piano (1992)

Gaetano Donizetti (1797-1848)
Voix d’espoir

OF 029 1 CD STEREO DDD

Ascolta l’anteprima: Gaetano Donizetti “Voix d’espoir”

In musica, e specie in quel mondo delicatissimo perché intimo che è la musica vocale da camera, non sempre la somma è un’addizione. Talvolta si rivela una sottrazione, perché capita che il talento del cantante non si accordi con quello del pianista, o viceversa. Nei casi migliori, è una fusione: due personalità che diventano una, un misterioso processo chimico per cui le mani cantano e la voce suona, un gioco di rimandi, di echi, di spunti.
Tutte le volte, e sono molte, la loro attività insieme è ormai una storia lunga e prestigiosa, che ho ascoltato Veronica Simeoni e Michele D’Elia ho avuto questa impressione di sintesi. Musicisti entrambi fin sulla punta dei capelli (ogni ironico riferimento alle abituali tinture flamboyantes di lei e alla scarsità pilifera di lui è puramente voluto), si trovano nella musica con una complicità e un affiatamento completi. Non è un pianista che “accompagna” una voce: è un far musica insieme, quel zusammen musizieren che Claudio Abbado indicava come il massimo dell’esperienza musicale possibile, e insieme il suo obiettivo ultimo.
Non si tratta qui di ribadire la vetusta distinzione fra musica vocale da camera e opera lirica. La differenza è semmai stilistica, non di approccio. Anzi, il fatto che Simeoni sia una cantante d’opera in servizio permanente effettivo, e che D’Elia svolga nei teatri una buona parte della sua intensissima attività, mi sembra essere per loro, quando affrontano il repertorio cameristico, più un’opportunità che un limite. Non si tratta di melodrammatizzare pagine che non sono nate per la scena. Ma di ritrovare in quelle pagine un gioco di contrasti e di “affetti”, per usare un termine vecchio come l’opera lirica, che pure ci sono, una drammaturgia nascosta da far emergere, per un obiettivo che è sempre lo stesso, anche questo antico come la musica stessa: emozionare.
La distinzione rigida fra fare l’opera e fare il Lied (o la Mélodie o, perché no, la meravigliosa musica vocale da camera italiana) è una vecchia superstizione di altre epoche, una cara  memoria di mondi musicali più inabissati di Atlantide, quando i cantanti “senza voce” cantavano le Liederabend e quelli non in grado di leggere uno spartito l’opera, e un grande vecchio di entrambi i mondi come Hugues Cuénod poteva ironizzare così: “Perfino all’opera c’è del lavoro per i musicisti”. Mentre il pianismo “per la voce” era pianismo di serie B, sbrigativamente liquidato alla voce “accompagnamento”.
Oggi, per fortuna, non è più così, a dimostrazione di una verità che resta tale anche se nei foyer dei teatri italiani si cerca di negarla, e cioè che le novità non sono necessariamente cattive. Le nuove generazioni di cantanti sono musicalmente preparate, diplomatissime (anche se non sempre i due termini coicidono), e i pianisti non considerano una diminutio far musica con qualcun altro invece che da soli. L’importante, appunto, è far musica insieme, scambiando e incantando. Esattamente la stessa impressione che ebbi ascoltando Veronica Simeoni e Michele D’Elia nelle Nuits d’été di Berlioz, qualche anno fa, nelle Sale Apollinee della Fenice. E che spero ritroverete in questo CD.

Alberto Mattioli

(© Michele Monasta / Teatro del Maggio)