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Vittorio Gui

Vittorio Gui
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

CD 1

Franz Schubert
Sinfonia n. 8 in si minore D. 759 Incompiuta

Robert Schumann
Manfred Ouverture op. 115

Johannes Brahms
Ouverture Accademica op. 80

Richard Wagner
Tannhäuser, Ouverture
Der fliegende Höllander, Ouverture

CD 2

Gioachino Rossini
Guglielmo Tell, Ouverture

Claude Debussy
Prélude à l’après-midi d’un faune

Paul Dukas
L’Apprenti sorcier

Michail Glinka
Kamarinskaya

Alexander Borodin
Il principe Igor, Danze polovesiane

Modest Musorgskij
Una notte sul Monte Calvo

Jan Sibelius
Finlandia op. 26

OF 003 2 CD STEREO ADD

Vittorio Gui, impetuoso e drammatico

La vita musicale fiorentina deve moltissimo a Vittorio Gui. Nato a Roma nel 1885 in una famiglia originaria della Savoia, studiò pianoforte con la madre che era stata allieva di Sgambati e si formò al Liceo musicale di Santa Cecilia frequentando contemporaneamente la facoltà di lettere. Nella città natale si mise in luce come compositore e direttore debuttando nel 1907 al Teatro Adriano con La Gioconda prima di intraprendere una fortunata tournée in varie città italiane con le musiche di Pizzetti per La nave di D’Annunzio. Incaricato di organizzare il settore musicale dell’Esposizione internazionale di Torino nel 1911 vi fondò un’orchestra invitandovi direttori come Mengelberg e Toscanini e compositori come Elgar, d’Indy e Debussy con il quale in particolare strinse un rapporto di stima documentato da vari scambi epistolari. La sua carriera proseguì per tre stagioni consecutive al San Carlo di Napoli e dopo la guerra fu per due anni in Portogallo prima di riprendere l’attività nei teatri italiani fra i quali la Scala di Milano dove Toscanini lo invitò a dirigere Salome di Strauss nella stagione 1923-24. Nel 1925 fu l’unico musicista firmatario del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce e lo stesso anno inaugurò il rinnovato Teatro di Torino con L’italiana in Algeri di Rossini, quindi fissò la propria residenza a Firenze dove nel 1928, in stretto legame con il mondo culturale della città, fu fra i principali artefici della nascita della Stabile Orchestrale Fiorentina e nel ’33 del Festival del Maggio Musicale dal quale poi l’orchestra prese il suo nome definitivo. Ne mantenne la direzione stabile fino al ’36 ma anche in seguito tornò al Comunale per innumerevoli concerti e produzioni operistiche svolgendo contemporaneamente una prestigiosa carriera internazionale. Nel 1933 fu il primo direttore italiano invitato al Festival di Salisburgo, nel ’35 diresse il Requiem di Verdi a Mosca e a Leningrado, nel ’36 il Christus di Liszt a Budapest e fra il ’38 e il ’39 varie opere a Londra. Nel secondo dopoguerra fu presente nei maggiori teatri italiani, fra il ’52 e il ’64 diresse ogni anno al Festival di Glyndebourne opere di Rossini, Mozart, Verdi, Gluck, Beethoven, Bellini, Debussy e nel 1958 compì una tournée in Giappone con Le nozze di Figaro di Mozart, l’Aida e il Requiem di Verdi. Dalla metà degli anni Sessanta diradò le sue presenze sul podio pur continuando a collaborare con le orchestre della Rai e con alcuni teatri fra i quali soprattutto quello fiorentino, dove a novant’anni diresse il suo ultimo concerto nell’ottobre del 1975 pochi giorni prima di spegnersi nella sua villa di Fiesole.
A Firenze Gui si impegnò nella riscoperta di tante partiture dimenticate, basti ricordare la Vestale inclusa nel primo Maggio e Agnese di Hohenstaufen di Spontini (1954), le riprese rossiniane del Mosè (1935) e del Comte Ory (1952), il raffinato abbinamento di Acis and Galatea di Händel e Dido and Aeneas di Purcell (1940), Armida di Gluck (1941), Luisa Miller (1937), Macbeth (1951) e La battaglia di Legnano (1959) di Verdi, la celebre Medea di Cherubini con Maria Callas (1953) ma svolse anche un’opera fondamentale di educazione del pubblico all’ascolto della musica sinfonica eseguendo un repertorio vastissimo dal Barocco al Novecento storico. In questo senso, diversamente da altri direttori italiani della sua generazione. non può essere considerato un puro specialista del melodramma romantico. Fu certo un autorevole direttore verdiano ma le sue interpretazioni più originali vanno individuate altrove, in Mozart e in Rossini, nel sinfonismo tedesco, con una particolare predilezione per Brahms, e nel primo Novecento francese. Se ne hanno esempi nelle prime incisioni a 78 giri realizzate con l’Orchestra del Maggio fra le quali si incontrano Bach e Händel, la Seconda e la Terza Sinfonia di Brahms, Wagner e Strauss, Čajkovskij e Bizet, Franck e Debussy. Indicative dei gusti e dell’arte di Gui sono anche queste registrazioni stereofoniche effettuate alla metà degli anni Cinquanta per etichette come Livingston e Camelot che avevano intrapreso la diffusione di bobine e microsolco collaborando con orchestre europee. Seguendo un preciso indirizzo delle case americane anche a Firenze si puntò su un repertorio popolare con una scelta di capolavori romantici tedeschi e un gruppo di pagine coloristiche di autori diversi.
Chi ricorda la serena pacatezza e i tempi lentissimi di Gui negli ultimi anni di carriera resterà sorpreso nel trovarvi un direttore impetuoso e spesso intensamente drammatico. Quanti lo hanno ascoltato in teatro potranno però anche riconoscere alcuni tratti distintivi del suo stile, una morbida cordialità di suono tutta italiana, l’elegante misura del fraseggio, la flessibilità dei tempi e soprattutto una costante disposizione al canto. Gui era un direttore all’antica estraneo al radicale perfezionismo di Toscanini come alla frenesia virtuosistica di De Sabata. Nelle sue esecuzioni la ricerca di un’espressività allo stesso tempo equilibrata e ricca di comunicativa veniva spesso anteposta all’esattezza tecnica ma al di là di qualche passeggera imprecisione di appiombo e intonazione non sfuggirà la qualità di suono e la nobiltà di fraseggio che sapeva ottenere dall’orchestra fiorentina. Esemplare è in questo senso l’Incompiuta di Schubert con le cupe tensioni di un Allegro moderato dai tempi insolitamente spediti contrapposto alla tenerezza di un Andante con moto tutto risolto in calda effusione melodica. Uno slancio bruciante è impresso all’Ouverture dal Manfred di Schumann mentre nella pomposa eloquenza dell’Accademica di Brahms si affaccia un altro aspetto della personalità di Gui, quel senso di bonario umorismo che rendeva preziose certe su esecuzioni di Haydn e Mozart come del comico rossiniano. Molto interessanti sono le due pagine che ci ricordano l’appassionata frequentazione del mondo wagneriano che sulla scia di Toscanini aveva contribuito fin da giovane a diffondere nei teatri italiani dirigendo fra l’altro il Sigfrido a Parma nel 1909 e il Tristano nel 1923 al Costanzi di Roma, Lohengrin e L’oro del Reno alla Scala nel 1925, la prima a Firenze della Valchiria nel 1932. Del Wagner di Gui ci restano integralmente in disco solo uno sfocato Parsifal del ’50 alla Rai con l’unica Kundry discografica della Callas e un Olandese volante fiorentino del ’57. Forse ancor più indicative per la migliore qualità del suono sono queste incisioni delle Ouvertures dal Tannhäuser e dall’Olandese che sembrano conservare la freschezza entusiasta della scoperta di Wagner nell’Italia di fine Ottocento, talvolta ricreato attraverso un filtro estetico più familiare individuabile in Meyerbeer e nel grand-opéra. La vitalità molto teatrale, i tempi animatissimi, l’attenzione rivolta soprattutto alla dimensione melodica in una luminosa cantabilità distinuono le letture di Gui dai modelli tedeschi come dalle testimonianze dei grandi wagneriani italiani come Toscanini, De Sabata e Guarnieri.
Il secondo disco si apre con una pregevole lettura dell’Ouverture dal Guglielmo Tell nella quale Gui differenzia nettamente l’atmosfera delle quattro sezioni assegnando ad ognuna un carattere emblematico del mondo evocato nell’ultimo lavoro teatrale di Rossini, la solenne sacralità del canto dei violoncelli solisti e la ricreazione maestosa della tempesta, l’estasi panica delle variazioni sul ranz de vaches svizzero e l’eccitazione incontenibile della cavalcata libertaria finale. Il Prélude à l’après-midi d’un faune testimonia con un’esecuzione calda e sinuosa il suo amore per Debussy ora fortunatamente documentato anche dal recupero di un pregevole Pelléas integrale uscito dagli archivi di Glyndebourne. Le tre pagine dal repertorio russo sono rese con vivido senso del colore e notevole mordente ritmico, mentre L’Apprenti sorcier di Dukas è un vero gioiello di sorridente discorsività e vitalità narrativa. Chiude il programma il poema sinfonico Finlandia composto da Jean Sibelius nel 1899 per celebrare l’indipendenza della sua patria minacciata dalla Russia contrapponendo il cupo scenario oppressivo delle pagine iniziali al giubilo della riscossa finale, un contrasto esemplarmente reso dall’afflato epico dell’esecuzione di Gui, indicativa dell’interesse per il musicista finlandese, all’epoca assai negletto in Italia, testimoniato anche da un suo scritto del 1956 sulla Settima Sinfonia.

Giuseppe Rossi

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