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Vittorio Gui

Vittorio Gui
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

CD 1
Franz Schubert Sinfonia n. 8 in si minore D. 759 Incompiuta
Robert Schumann Manfred Ouverture op. 115
Johannes Brahms Ouverture Accademica op. 80
Richard Wagner Tannhäuser, Ouverture; Der fliegende Höllander, Ouverture

CD 2
Gioachino Rossini Guglielmo Tell, Ouverture
Claude Debussy Prélude à l’après-midi d’un faune
Paul Dukas L’Apprenti sorcier
Michail Glinka Kamarinskaya
Alexander Borodin Il principe Igor, Danze polovesiane
Modest Musorgskij Una notte sul Monte Calvo
Jan Sibelius Finlandia op. 26

OF 003 2 CD STEREO ADD

Ascolta l’anteprima: Paul Dukas – L’Apprenti sorcier

Vittorio Gui, impetuoso e drammatico

(…) Indicative dei gusti e dell’arte di Gui sono anche queste registrazioni stereofoniche effettuate alla metà degli anni Cinquanta per etichette come Livingston e Camelot che avevano intrapreso la diffusione di bobine e microsolco collaborando con orchestre europee. Seguendo un preciso indirizzo delle case americane anche a Firenze si puntò su un repertorio popolare con una scelta di capolavori romantici tedeschi e un gruppo di pagine coloristiche di autori diversi.
Chi ricorda la serena pacatezza e i tempi lentissimi di Gui negli ultimi anni di carriera resterà sorpreso nel trovarvi un direttore impetuoso e spesso intensamente drammatico. Quanti lo hanno ascoltato in teatro potranno però anche riconoscere alcuni tratti distintivi del suo stile, una morbida cordialità di suono tutta italiana, l’elegante misura del fraseggio, la flessibilità dei tempi e soprattutto una costante disposizione al canto. Gui era un direttore all’antica estraneo al radicale perfezionismo di Toscanini come alla frenesia virtuosistica di De Sabata. Nelle sue esecuzioni la ricerca di un’espressività allo stesso tempo equilibrata e ricca di comunicativa veniva spesso anteposta all’esattezza tecnica ma al di là di qualche passeggera imprecisione di appiombo e intonazione non sfuggirà la qualità di suono e la nobiltà di fraseggio che sapeva ottenere dall’orchestra fiorentina. Esemplare è in questo senso l’Incompiuta di Schubert con le cupe tensioni di un Allegro moderato dai tempi insolitamente spediti contrapposto alla tenerezza di un Andante con moto tutto risolto in calda effusione melodica. Uno slancio bruciante è impresso all’Ouverture dal Manfred di Schumann mentre nella pomposa eloquenza dell’Accademica di Brahms si affaccia un altro aspetto della personalità di Gui, quel senso di bonario umorismo che rendeva preziose certe su esecuzioni di Haydn e Mozart come del comico rossiniano. Molto interessanti sono le due pagine che ci ricordano l’appassionata frequentazione del mondo wagneriano che sulla scia di Toscanini aveva contribuito fin da giovane a diffondere nei teatri italiani dirigendo fra l’altro il Sigfrido a Parma nel 1909 e il Tristano nel 1923 al Costanzi di Roma, Lohengrin e L’oro del Reno alla Scala nel 1925, la prima a Firenze della Valchiria nel 1932. Del Wagner di Gui ci restano integralmente in disco solo uno sfocato Parsifal del ’50 alla Rai con l’unica Kundry discografica della Callas e un Olandese volante fiorentino del ’57. Forse ancor più indicative per la migliore qualità del suono sono queste incisioni delle Ouvertures dal Tannhäuser e dall’Olandese che sembrano conservare la freschezza entusiasta della scoperta di Wagner nell’Italia di fine Ottocento, talvolta ricreato attraverso un filtro estetico più familiare individuabile in Meyerbeer e nel grand-opéra. La vitalità molto teatrale, i tempi animatissimi, l’attenzione rivolta soprattutto alla dimensione melodica in una luminosa cantabilità distinuono le letture di Gui dai modelli tedeschi come dalle testimonianze dei grandi wagneriani italiani come Toscanini, De Sabata e Guarnieri.
Il secondo disco si apre con una pregevole lettura dell’Ouverture dal Guglielmo Tell nella quale Gui differenzia nettamente l’atmosfera delle quattro sezioni assegnando ad ognuna un carattere emblematico del mondo evocato nell’ultimo lavoro teatrale di Rossini, la solenne sacralità del canto dei violoncelli solisti e la ricreazione maestosa della tempesta, l’estasi panica delle variazioni sul ranz de vaches svizzero e l’eccitazione incontenibile della cavalcata libertaria finale. Il Prélude à l’après-midi d’un faune testimonia con un’esecuzione calda e sinuosa il suo amore per Debussy ora fortunatamente documentato anche dal recupero di un pregevole Pelléas integrale uscito dagli archivi di Glyndebourne. Le tre pagine dal repertorio russo sono rese con vivido senso del colore e notevole mordente ritmico, mentre L’Apprenti sorcier di Dukas è un vero gioiello di sorridente discorsività e vitalità narrativa. Chiude il programma il poema sinfonico Finlandia composto da Jean Sibelius nel 1899 per celebrare l’indipendenza della sua patria minacciata dalla Russia contrapponendo il cupo scenario oppressivo delle pagine iniziali al giubilo della riscossa finale, un contrasto esemplarmente reso dall’afflato epico dell’esecuzione di Gui, indicativa dell’interesse per il musicista finlandese, all’epoca assai negletto in Italia, testimoniato anche da un suo scritto del 1956 sulla Settima Sinfonia.

Giuseppe Rossi