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Un ballo in maschera

Giuseppe Verdi
UN BALLO IN MASCHERA

Riccardo Richard Tucker
Renato Renato Bruson
Amelia Orianna Santunione
Ulrica Lili Chookasian
Oscar Valeria Mariconda
Silvano Giorgio Giorgetti
Samuel Ferruccio Mazzoli
Tom Graziano Del Vivo
Un giudice Valiano Natali
Un servo di Amelia Ottavio Taddei

Riccardo Muti
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro
Adolfo Fanfani

Firenze, Teatro Comunale, 26 gennaio 1974

OF 028 2 CD MONO ADD

 

Ascolta l’anteprima – “Forse la soglia attinse… Ma se m’è forza perderti”

Un ballo in maschera, la tragedia dietro il sorriso

La lunga e gloriosa parabola artistica di Riccardo Muti al Maggio Musicale Fiorentino, prima in qualità di direttore principale e poi musicale dal 1968 al 1980, ebbe l’importanza nota a tutti e, in ambito verdiano, vide l’allora giovane direttore intraprendere il percorso che l’ha portato a divenire una sorta di “profeta” dell’esegesi interpretativa verdiana, ripulita dalle incrostazioni di una tradizione esecutiva che, grazie a lui, è stata rinnovata e, sull’onda della lezione toscaniniana, ha acquisito maggiore attinenza al dettato espressivo di una teatralità nascente dalla musica in funzione drammaturgica, facendo tesoro delle innumerevoli possibilità offerte all’interprete dalle indicazioni verdiane.
Dopo I masnadieri con i quali aveva esordito a Firenze nel 1969, il genio di Muti ebbe modo di imporsi all’attenzione di pubblico e critica nel repertorio verdiano con l’edizione di Un ballo in maschera che diresse per la prima volta nel gennaio del 1972, in uno spettacolo che si avvaleva della presenza di Richard Tucker nei panni di Riccardo, il quale tornava ancora una volta sulle scene fiorentine (proprio con questo ruolo il celebre tenore aveva fatto la sua prima apparizione sulle rive dell’Arno nel 1965, dopo diversi anni di assenza dall’Italia) con quel bagaglio di gloriosa fama che lo rese divo quasi incontrastato al Metropolitan di New York. A Firenze, in quell’occasione era vicino alla soglia dei sessant’anni, ma ancora in splendida forma vocale. Lo affiancava Cristina Deutekom come Amelia, belcantista forse non del tutto consona alle esigenze vocali del ruolo, insieme a Renato Bruson nei panni di Renato. A firmare lo spettacolo fu Sandro Sequi, con scene e costumi di Fiorella Mariani.
Due anni dopo, precisamente il 26 gennaio 1974, questa stessa edizione fu ripresa da Muti, ma con alcune varianti nel cast, decisamente vantaggiose, che videro Orianna Santunione ricoprire i panni di Amelia e il contralto statunitense di origini armene Lili Chookasian quelli di Ulrica, mentre Richard Tucker fu nuovamente Riccardo, così come Renato Bruson e Valeria Mariconda rispettivamente Renato e Oscar. Il successo, che già arrise all’edizione di due anni precedenti, vide il maestro ancora più ispirato e pronto a cogliere il segreto espressivo di una partitura tanto nuova nel percorso compositivo verdiano fino a quel momento svolto, con la sua commistione, sempre vincente, fra elementi leggeri e tragici. Cosa infatti balza subito all’evidenza nell’ascolto di Un ballo in maschera è la scoperta del mondo dell’eleganza e del sorriso, che ne fa una tragicommedia molto romantica; se da un lato essa porta alle conseguenze più estreme le componenti di una trama che rendono l’opera, nei suoi contrasti, l’essenza di un’accentuata esteriorità melodrammatica, dall’altro ne smussa gli angoli introducendo all’interno della congiura, del consumarsi del dramma amoroso e di tutti gli accadimenti che li provocano dal tradimento della fedeltà d’amicizia a quello d’amore una luce nuova: quella della vivacità e della finezza. Muti ne è consapevole, pur nel trasporto di una concertazione che per vigore e incalzante fluire drammatico sembrerebbe accentuare, forte dell’ardore giovanile che sempre caratterizzava il Verdi da lui diretto nei primi anni, il côté tragico rispetto a quello brioso della commedia proprio a Un ballo in maschera. Eppure il sangue misto che contraddistingue questa singolare partitura vede Muti pronto a valorizzare le componenti patetiche, drammatiche e brillanti in un avvicendamento di ambiti espressivi dove alcune connotazioni tipiche alla sfera tragica parrebbero inopportune a quelle più vivaci del frivolo ambiente di corte, e viceversa, sempre con un senso del teatro accentuatissimo. Inutile poi dire come mirabili siano la capacità di accompagnare il cantabile verdiano donandogli un’ampiezza di respiro carica d’intensità calda e avvolgente, oltre che vibrante, come si percepisce ascoltando l’involo melodico donato all’introduzione strumentale all’aria di Amelia dell’“orrido campo”, prima tempestosa e rovente, poi fascinosamente morbida nell’avvolgente tema patetico che annuncia in orchestra Amelia, o come si evidenzia nell’ammirare l’appassionato trasporto attraverso il quale viene accompagnato il successivo duetto d’amore fra Riccardo e Amelia, nel quale si coglie l’essenza di quella passionalità amorosa portata allo sfinimento dei sensi fra i due innamorati. Non è casuale che il gioco di rimbalzo fra scene di vita di corte o di natura tragica, di beffarda ironia (quando i congiurati, sul finire del secondo atto ridono vedendo Renato che scopre il tradimento della moglie Amelia alle porte della città, Muti ottiene in orchestra un’ironia marcatamente tagliente e sarcastica più che scontatamente leggera) o di sinistro presagio (proprio al minuetto di morte che accompagna al consumarsi del delitto nel quadro del ballo), siano declinati attraverso una luce che irradia ogni nota di un respiro palpitante e sentitamente verdiano nella ricerca della verità teatrale, sempre al servizio della pittura dei caratteri e dei climi espressivi atti ad identificarli, in un alternarsi di luci ed ombre che fanno pensare alla pittura caravaggesca. Galvanizzati da una direzione così miracolosamente ispirata, gli interpreti offrono il meglio di loro stessi. (…)

Alessandro Mormile

da sinistra in alto: scena della congiura; Richard Tucker; Richard Tucker e Valiano Natali; Renato Bruson; scena finale (© Archivio Storico Teatro del Maggio)