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Riccardo Muti – Sviatoslav Richter

Riccardo Muti
Sviatoslav Richter
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto in do minore K. 491 per pianoforte e orchestra

Firenze, Teatro Comunale, 20 novembre 1971

Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto in si bemolle maggiore K. 595 per pianoforte e orchestra

Firenze, Teatro Comunale, 5 dicembre 1976

OF 024 1 CD MONO ADD

Muti e Richter, amici nella musica

Nell’ottobre del 1967, subito dopo aver vinto la quarta edizione del Concorso “Guido Cantelli”, Riccardo Muti fu contattato dal Sovrintendente del Teatro Comunale di Firenze Remigio Paone per un concerto che si sarebbe dovuto tenere nella primavera successiva con la prestigiosa partecipazione di Sviatoslav Richter. Alla prospettiva di collaborare con un giovane direttore il grande pianista non ebbe nulla da obiettare, ma chiese di poterlo conoscere prima del concerto. L’incontro avvenne a Siena in una sala dell’Accademia Chigiana. Richter suonò i due Concerti previsti, il K. 450 di Mozart e l’op. 13 di Britten, facendosi accompagnare da Muti su un secondo pianoforte per la parte dell’orchestra e rimase pienamente soddisfatto. Le prove si tennero poi regolarmente a Firenze in un clima di grande serenità e con la piena collaborazione dell’Orchestra del Maggio, subito conquistata dall’autorevolezza del direttore, ma il concerto programmato nella stagione sinfonica saltò a causa di uno sciopero. Fortunatamente recuperato il 18 giugno 1968 nell’ambito del XXXI Maggio Musicale ottenne un grande successo di pubblico e una recensione molto elogiativa da Leonardo Pinzauti sulle colonne della “Nazione” che spinsero i dirigenti del teatro a invitare nuovamente Muti nell’autunno seguente e poco dopo ad affidargli la direzione stabile su richiesta della stessa Orchestra.
Da quell’incontro nacque un’amicizia destinata a consolidarsi nel tempo. Nel 1969 Richter fu testimone di nozze al matrimonio di Muti e sul piano artistico non mancò di influenzarne alcune scelte suggerendogli di studiare Aus Italien di Strauss e le opere sinfoniche di Skrjabin, poi diventate capisaldi del suo repertorio. Molte furono le loro collaborazioni in Italia e all’estero, in alcuni casi immortalate da registrazioni: nel giugno del 1969 a Genova con il Concerto per la mano sinistra di Ravel, nell’agosto del 1972 a Salisburgo con il Concerto di Schumann, nel novembre del 1974 alla Rai di Roma con quello di Grieg, nel settembre del 1977 a Londra con il Terzo di Beethoven, poi registrato dalla EMI in studio, e ancora nell’aprile del 1979 a Londra per l’incisione del Concerto K. 482 di Mozart con le cadenze di Britten composte per Richter. Fu però proprio a Firenze che i due artisti collaborarono con maggiore frequenza, forse perché particolarmente cara ad entrambi; la città dove Muti ebbe modo di maturare affrontando per la prima volta quel repertorio da Gluck a Mozart, da Cherubini a Verdi che in seguito avrebbe sistematicamente approfondito ma anche dove si era tenuto il folgorante debutto italiano di Richter, nel maggio del 1962, con due recital dedicati a Händel, Hindemith, Prokof’ev, Schumann, Chopin, Debussy e Skrjabin. Dopo i Concerti di Mozart e Britten nel 1968, Richter e Muti tornarono a Firenze nel 1971 con il K. 491 di Mozart, nel 1974 con il Terzo di Beethoven e nel 1976 con il K. 595 di Mozart.
Il Concerto in do minore, completato il 24 marzo del 1786 e presentato al pubblico viennese il successivo 3 aprile, è nel catalogo mozartiano l’unico in tonalità minore insieme al K. 466, e in assoluto quello provvisto dell’organico più ampio comprendendo fra i fiati ben undici strumenti. Il suo carattere cupo e tragico è espresso fin dalla scultorea terribilità dell’unisono che apre l’esposizione orchestrale, da un lato richiamando i gesti drammatici di precedenti opere pianistiche nella stessa tonalità, come la Sonata K. 457 e la Fantasia K. 475, e dall’altro anticipando le tinte dense e scure del Terzo di Beethoven, che non a caso lo predilesse insieme a quello in re minore. L’unica parentesi di serenità è spalancata nel Larghetto in mi bemolle maggiore, strutturato come un rondò, che peraltro durante gli episodi intermedi si carica di malinconia, mentre l’Allegretto finale in forma di variazioni si dipana in un’atmosfera di mestizia che richiama il tragico primo tempo e dopo la parentesi in maggiore della sesta variazione ristabilisce dalla successiva il modo minore mantenendolo anche nell’ultima, quasi a contraddire l’amabilità del metro di 6/8 con una conclusione contraria al lieto fine rasserenante caro alle consuetudini dell’epoca.
La presente registrazione del 20 novembre 1971 è l’unica di questo Concerto conservata nella discografia di Richter che peraltro in quel periodo lo eseguì più volte: in luglio con Pierre Boulez alla Grange de Meslay e con Igor Gjadrov a Dubrovnik, il 7 e l’8 novembre a Roma con Muti e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia e, dopo i concerti fiorentini, a Leningrado nel gennaio del 1972 con Nikolaj Rabinovich. L’assenza di cadenze originali, che Mozart sicuramente improvvisò alla prima esecuzione, ha spinto molti pianisti e compositori ad introdurne di proprie, fra le quali si ricordano quelle di Hummel, Reinecke, Cramer, Gounod, Brahms, Saint-Saëns, Humperdinck, Hahn, Fauré, Smetana, Busoni, Schnittke, Sciarrino. È appunto quella composta da Brahms nel 1861 che Richter introdusse nel primo tempo a Firenze: la densità tutta brahmsiana dei passaggi in ottave alla sinistra abbinati agli arpeggi della destra offre l’unico spunto virtuosistico in una prova per il resto improntata a una classica castigatezza. In tutta l’esecuzione si coglie una perfetta sintonia di intenti fra solista e direttore volta a ricreare il capolavoro in una dimensione severa e carica di emozione che accorda la lentezza dei tempi e la sobrietà dei colori a un’intensa espressività. Il dialogo fra pianoforte e orchestra, soprattutto nel rapporto privilegiato del solista con il settore dei legni, non conosce fratture in una piena corrispondenza di accenti e spessori dinamici, nel delicato lirismo del Larghetto come nelle variazioni dell’Allegretto, percorse a passo misurato fino al gorgo minaccioso che sigilla la coda con un gesto di fatalistica rassegnazione.
Il Concerto in si bemolle maggiore, completato il 5 gennaio del 1791 nell’ultimo anno di vita di Mozart, conclude la serie dei suoi Concerti pianistici e all’interno del genere per strumento solista e orchestra è seguito solo da quello per clarinetto K. 622, anche se alcuni studiosi, sulla base dell’esame della carta usata per il manoscritto, ne hanno retrodata di tre anni la composizione. La tonalità, già impiegata nei Concerti K. 450 e K. 456, e l’organico raccolto, che rinuncia a clarinetti, trombe e timpani, concorrono a circoscriverlo in una dimensione lontana dalla magniloquenza sinfonica e dallo sbalzo tragico di quello in do minore. La presenza delle cadenze originali e la linearità della scrittura pianistica hanno fatto ipotizzare la destinazione ad un allievo, ma la prima esecuzione documentata fu tenuta il 4 marzo da Mozart stesso, durante la sua ultima apparizione pubblica in un’accademia in onore del clarinettista Joseph Baehr. Il carattere intimo, l’assenza di forti contrasti e l’apparente semplicità nascondono in realtà soluzioni di straordinaria fantasia e arditezze armoniche non inferiori a quelle del Concerto in do minore, qui però volte alla ricerca di una sottile inquietudine nella dimensione di un supremo distillato stilistico. Così nel Larghetto centrale in mi bemolle maggiore, tanto dimesso nella forma quanto raffinato nelle modulazioni e negli impasti timbrici, come pure nell’Allegro conclusivo in forma di rondò-Sonata, il cui tema principale mostra analogie con l’incipit del vicino Lied K. 597 Sehnsucht nach dem Frühling (Nostalgia della primavera), che dietro lo svagato andamento danzante rivela sorprendenti anomalie e inaspettate sfumature ombrose.
Questa esecuzione del 4 dicembre 1976, per la prima volta diffusa in disco, si aggiunge ad altre pregevoli registrazioni lasciate da Richter, quelle del 1965 a Aldeburgh con Britten sul podio, del 1966 a Mosca e del 1970 a Tokyo con Rudolf Barshai e ancora a Mosca del dicembre 1976 con Kirill Kondrašin, ventiquattro giorni dopo il concerto fiorentino. Il pianista russo sembra quasi voler limitare le formidabili possibilità delle sue mani puntando, fin dall’esposizione perlacea del primo tema dell’Allegro iniziale, ad una semplicità e ad un candore fanciullesco che toccano un vertice di purezza nel movimento centrale. A distinguere questa registrazione dalle altre sue conservate in disco, in certi casi tecnicamente più pulite (qui per esempio nel primo tempo, durante l’ultimo intervento del pianoforte prima del ritornello orchestrale che chiude l’esposizione, lo si ascolta modificare le note di una battuta e saltare la successiva), c’è soprattutto l’apporto di Muti contraddistinto da un’eleganza, una luminosità timbrica e una delicatezza di spessori volte ad esaltare una tenera cantabilità tutta italiana. Quella sera gli applausi entusiastici del pubblico fiorentino spinsero i due artisti a ripetere, come fuori programma, l’Allegro finale del Concerto che si è voluto conservare in questa pubblicazione per restituire fedelmente l’atmosfera della serata.

Giuseppe Rossi

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