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Riccardo Muti – Alirio Díaz Sviatoslav Richter

Riccardo Muti
Alirio Díaz
Sviatoslav Richter
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Joaquín Rodrigo
Concierto de Aranjuez per chitarra e orchestra

Firenze, Teatro Comunale, 23 novembre 1973

Ludwig van Beethoven
Concerto in do minore op. 37 per pianoforte e orchestra

Firenze, Teatro Comunale, 2 novembre 1974

OF 026 1 CD MONO ADD

Muti, Díaz, Richter: tris d’assi per il Maggio

Al principio degli anni Settanta, epoca delle registrazioni proposte in questo CD, le cronache giornalistiche testimoniano di un Maggio fiorentino in ebollizione. Da una parte i subbugli gestionali, dall’altra il senso di esaltazione collettiva che la direzione stabile di Riccardo Muti suscita al Teatro Comunale. Gli uni eccitano la bagarre politica, al punto che nell’ottobre 1973, qualche settimana prima di trovarsi sul podio del Concierto de Aranjuez, Muti prende la parola, anche a nome di Orchestra e Coro del Maggio, scrivendo al sindaco di Firenze Luciano Bausi, presidente del Teatro: spinto a farlo, spiega, per opporsi “al malcostume che sta dilagando nel teatro italiano, dove le pressioni politiche compromettono la stessa vitalità artistica degli enti”, demotivando i musicisti. Il pubblico sta decisamente con lui, perciò non protesta per gli scioperi che nell’arco di un mese fanno saltare diversi concerti. Tutti consapevoli che il Comunale è un bene comune, e sempre più prezioso in questi anni che fanno registrare un incremento vistoso negli abbonamenti e una progressiva espansione a frequentatori di nuove fasce sociali e generazionali. Del resto il trentenne Muti, la cui statura d’interprete e il rigore nel confrontarsi con ogni partitura già si profilano chiaramente, galvanizza il clima culturale cittadino, riversando in teatro numerosi ragazzi appassionati di musica. Dalle colonne della Nazione, Leonardo Pinzauti ne dà conto proprio riguardo al programma del novembre 1974 comprendente il Concerto n. 3 op. 37 di Beethoven. Il critico fiorentino descrive, infatti, le “grida deliranti” di un certo numero di giovani che a fine serata si sommano agli applausi: una costante dell’era Muti, il tifo incontenibile di fan “che vorrebbero stabilire non so quale familiarità con l’illustre direttore chiamandolo per nome, come si fa negli stadi e agli incontri di boxe”. L’infastidito stupore di Pinzauti al cospetto di tali manifestazioni di entusiasmo non coglie il fatto che Muti – pur senza far nulla per fomentarlo, mai indulgendo ad ammiccamenti giovanilistici, mai cedendo neppure di un millimetro in intransigenza artistica e serietà – riesca tuttavia a convogliare verso il Comunale, entro la sussiegosa ritualità borghese del concerto classico, lo spirito dei tempi. Quello spirito di partecipazione, conseguenza del Sessantotto, che si manifesta anche attraverso il desiderio di un assoluto coinvolgimento emozionale, addirittura fisico, con quanto nell’arte e nella società offre segni di rinnovato idealismo. E la presenza di Muti a Firenze suona rivoluzionaria agli ascoltatori proprio per l’intransigenza etica del suo intendere il mestiere di musicista. Che si dimostra sia nel lavoro quotidiano con l’orchestra, resa sempre più precisa e smagliante dacché dal 1969 ne è primo pilota, sia nella coscienziosità con cui affronta qualsiasi testo.
Come rivela, qui, la resa del Concierto de Aranjuez, dove il direttore potrebbe accomodarsi a servire sbrigativamente la chitarra spargendovi attorno un po’ di color locale. Invece no, poiché Muti scansa di proposito lo spagnolismo frivolo, cui d’altronde neanche il solista Alirio Díaz si piega. A entrambi, della partitura di Joaquín Rodrigo datata 1940, interessa piuttosto restituire la coerenza del discorso (tutt’altro che rapsodico, quale potrebbe sembrare a una considerazione superficiale) e il profilo classicistico della scrittura argentea, da camera. Sull’affilata delicatezza e sulle sottigliezze trasparenti di Díaz si infigge, sempre ritmicamente appuntita però non meno delicata e sottile, l’orchestra sminuzzata in tersi punti-luce di timbri. Vi fanno un figurone le prime parti del Maggio, così duttili nelle dinamiche da saper costeggiare il silenzio senza sfibrarsi: fra loro va rammentato perlomeno Albertino Ravenni, che con il suo corno inglese lascia il segno nel celebre Adagio, graffiato sul cristallo. Il risultato è una lettura di taglio oggettivo che per l’orditura lucida delle voci e la tensione espressiva colloca Rodrigo non tra i residui delle scuole nazionali ottocentesche, bensì nel razionalismo del Novecento storico accanto a Ravel, Stravinskij, Bartók.
Per il Terzo di Beethoven, Muti ritrova Sviatoslav Richter, partner nel suo fortunatissimo debutto fiorentino al Maggio del 1968, e diverse altre volte poi. Non vi è traccia nella presente registrazione, datata sabato 2 novembre, di quel che accadrà durante la replica pomeridiana del giorno seguente: il pianista, come talvolta allora gli capitava (e fu la ragione che lo indusse a suonare con la carta nel prosieguo della carriera), avrà un vuoto di memoria nel movimento iniziale che comprometterà, per il nervosismo, pure la resa degli altri due. Il sabato sera, tuttavia, ogni cosa fila liscia. Con Richter, di cui l’op. 37 è fra i cavalli di battaglia, Muti ragiona in completa consonanza, sebbene pare che per tutti e due questo Concerto del 1803 presenti un che di provvisorio, di disuguale, di non compiuto appieno sul piano del contenuto. Sembrerebbero quindi convenire con quanto nota Giovanni Carli Ballola nella sua tuttora imprescindibile monografia sul compositore (del ’67 la prima edizione), dove se ne parla come di “un capolavoro mancato” e gli si contesta una rilassatezza e un’incertezza espressiva colpevoli di “trasformare gli eroici furori in pugni nell’aria”. Tuttavia direttore e pianista vincono, nei fatti, tale resistenza critica portando visibilmente al pettine i nodi del Concerto, di cui incardinano la problematica intelaiatura stilistica in quel momento decisivo della creatività beethoveniana che conduce dall’incandescenza dei primi gruppi di Sonate pianistiche verso il gigantismo tragico dei primi due movimenti della Terza Sinfonia e fino alla concisione tellurica della Quinta. L’irrisolto formalismo dell’Allegro con brio che sta appunto a mezzo di questo guado, Richter lo traduce intenzionalmente in efficienza digitale meccanica orientata all’astrazione: nella spinosa asciuttezza del pianoforte Muti inietta la pienezza di un’orchestra dal passo ritmico sbalzato, incalzante, che ricerca la risoluta esattezza delle dinamiche e l’appiombo perfetto dell’insieme. E se il Rondò conclusivo non può che occhieggiare il doveroso snocciolìo virtuosistico dei Concerti precedenti, è però nelle liquescenze lunari del Largo che i due interpreti individuano il cuore dell’opera: un inopinato squarcio nel suo tessuto spesso, grazie a cui è consentito prodigiosamente intravedere le estatiche sospensioni siderali del Beethoven ultimo, quello dell’Adagio della Nona o della Cavatina del Quartetto op. 130.

Gregorio Moppi

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