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Pagliacci

Ruggero Leoncavallo
Pagliacci

Nedda Mietta Sighele
Canio Richard Tucker
Tonio Kari Nurmela
Peppe Ermanno Lorenzi
Silvio Walter Alberti
Primo contadino Ottavio Taddei
Secondo contadino Mario Frosini

Riccardo Muti
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro Adolfo Fanfani

Firenze, Teatro Comunale, 2 gennaio 1971

OF 025 1 CD MONO ADD

Pagliacci secondo Muti

Quel che rende particolarmente prezioso questo CD “mutiano” del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino crediamo sia il valore di “documento” che esso possiede: documento nella storia dell’interpretazione, intanto. Estremo per quel che riguarda il protagonista Richard Tucker; in progress per quel che riguarda il giovane direttore d’orchestra.
Siamo al 2 gennaio 1971.
L’esordio fiorentino di Muti era avvenuto al Maggio di tre anni prima, in un memorabile concerto con Sviatoslav Richter, secondo un programma Mozart-Britten che avevo concordato io, al mio primo mandato di Direttore artistico dell’Ente fiorentino. Erano seguiti vari altri concerti di Muti, sotto la Sovrintendenza – ancora – di Remigio Paone, ma con la Direzione artistica di Roman Vlad. Con Vlad, ma con Nicola Pinto Sovrintendente, nel dicembre del 1969, ha luogo il debutto melodrammatico di Riccardo a Firenze, con I masnadieri verdiani, nell’allestimento glorioso di Erwin Piscator. Ma sarà la prima e l’ultima volta (non è poi un dettaglio) che nel nostro teatro Muti accetterà una messinscena preesistente. Nuovi sono gli allestimenti ravvicinati nella stagione lirica 1970-71, condotta dalla stessa gestione Pinto-Vlad: quello dei Puritani (a dicembre, con un regista – Sandro Sequi – con cui Riccardo andrà poi spesso pienamente d’accordo) e quello – a gennaio – di Cavalleria e Pagliacci (i nostri Pagliacci), eccellentemente firmato da Mauro Bolognini e Luciano Damiani.
Felicemente disparati i programmi dei numerosi concerti sinfonici; non meno – come si può vedere – i titoli delle sue opere. Riccardo si viene costruendo il proprio repertorio. Alle sue spalle va sentita – vigile, illuminata, piena di attese ben fondate – l’attenzione di Francesco Siciliani, programmatore musicale della RAI in quegli anni. Sulle sue spalle c’è una testa musicalissima e lucidamente raziocinante. E libera da qualsiasi preconcetto ideologico. Questo va detto, ricordando proprio come la Firenze intellettuale degli anni ’60-70, nel suo animoso goscismo, fosse pronta a scandalizzarsi di una scelta come quella di Cavalleria e Pagliacci. Storico, infatti, è stato lo strabismo tra favore popolare (che mai è venuto meno per l’abbinata Mascagni-Leoncavallo) e intellettualismo progressista.
E anche per questo il successo strepitoso che arrise a quella serata (e che la registrazione dei Pagliacci evidenzia) entra nel valore di “documento” che riconosciamo al nostro CD. È un successo spontaneo e “datato”. Esattamente come spontanea e datata è l’interpretazione di Tucker. Estremo documento – si è cominciato col dire – di uno straordinario cantante, non più giovane, americano, che altre smaglianti prove fiorentine – in Un ballo in maschera, nello Chénier, nel Trovatore – ci avevano fatto sentire quale erede legittimo di una grande tradizione di tenori: erede di Caruso diciamo pure: leoncavalliano in presa diretta, dunque; magnifico timbro e temperamento quanto mai generoso, autentico nelle sue drammatiche accentuazioni sopra le righe, “oltre” le righe del pentagramma.
I grandi interpreti di Canio che sono succeduti a Tucker canteranno diversamente, è chiaro. Eppure, anche loro, in piena, travolgente sintonia con i propri pubblici. La storia dell’interpretazione musicale – come ogni altra storia – è un continuum mobile e, con essa, variano le mozioni dei successi. Ma il fatto che, ora (cioè quasi mezzo secolo fa), il giovane Muti assecondi Tucker – nel caso, allargando i tempi per tutta la tenuta della voce – è il segno della sua sensibilità partecipe, di un coinvolgimento commosso e, insieme, della sicurezza di essere “in stile” con la partitura. Con Tucker, a Firenze, Riccardo Muti dirigerà due edizioni di Un ballo in maschera, e allora i rapporti si modificheranno quel tanto da far tornare i conti con lo stile verdiano, che – da sempre – è una delle stimmate del nostro Maestro. Così la sua direzione di questi Pagliacci non è affatto datata; “incastona” (semplicemente) la storica prova di un Tucker.
Storicizziamo. Oggigiorno, per il capolavoro di Leoncavallo, non è più questione di preconcetti ideologico-intellettualistici. È ben avvertibile, ormai, come in esso quel guazzabuglio del cuore umano che l’autore tanto appassionatamente ha inteso rappresentare (i contrasti, le antitesi: “Tu se’ Pagliaccio!” – “No, Pagliaccio non son!”; le lacrime ora date per vere, ora per finte; la cruciale contrapposizione, così in voga in quel tempo, tra maschera e volto) non passi sempre attraverso un filtro salutare. E, attorno al dramma convulso, questo coro non arriva a librarsi in canto arioso come il coro – altrettanto popolare, “villico” – della Cavalleria rusticana: si balocca con i din-don, ostenta allegrie sostenute da fanfare festaiole, ma è convincente solo nel raccapriccio finale del Grand Guignol. I tratti più interessanti della partitura restano quelli che sappiamo: sono nella felicità degli slanci melodici attribuiti al tenore; e – nel Prologo “concettoso” – anche al baritono (assai meno a Nedda); poi, al secondo atto, nell’innestarsi dei duri accenti veristi di Canio entro il fin troppo arricciolato andamento a base di ballabili settecenteschi secondo cui si svolge la rappresentazione della “commedia”.
Sono poi i tratti che Riccardo Muti centra con vivida sicurezza.
È coadiuvato da ottime voci, oltre quella di Tucker: Kari Nurmela e Mietta Sighele in prima istanza. Mietta era di casa a Firenze; il suo registro alto è luminoso e la lieve patina “plebea” del timbro, cui il nostro soprano sembra indulgere, si addice benissimo a Nedda. Bene anche Ermanno Lorenzi e Walter Alberti. E bene – soprattutto – che esista questo CD. Quando mai potrà capitare che Muti diriga ancora i Pagliacci? La sua disponibilità è divenuta troppo preziosa per qualsiasi istituzione musicale: altre partiture l’aspettano.

Luciano Alberti

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