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Madama Butterfly

Giacomo Puccini
Madama Butterfly

Madama Butterfly (Cio-Cio-San) Raina Kabaivanska
Suzuki Flora Rafanelli
Kate Pinkerton Giuliana Matteini
F. B. Pinkerton Giorgio Merighi
Sharpless Giorgio Zancanaro
Goro Franco Ricciardi
Il Principe Yamadori Giorgio Giorgetti
Lo zio Bonzo Graziano Del Vivo
Il Commissario Imperiale Augusto Frati
L’ufficiale del registro Ottavio Taddei

Gianandrea Gavazzeni
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro Roberto Gabbiani

Firenze, Teatro Comunale, 27 gennaio 1979

OF 018 2 CD STEREO ADD

Madama Butterfly: l’appassionata piccina

Dalla stagione 1941-42 alla fine del XX secolo Madama Butterfly è apparsa con frequenza nel cartellone del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: 16 volte. In precedenza la si era ascoltata nel 1929-30 con Gilda dalla Rizza, soprano di bella fama. Opera popolare, Madama Butterfly ha fatto la gioia degli spettatori fiorentini della stagione invernale e di quella estiva; è andata in tournée nel 1959-60, a Siviglia, messa in scena nel Patio de la Monteria de los Reales Alcázares, protagonista Lydia Nerozzi, è stata proposta alle scuole nella programmazione a loro dedicata. Molte le Cio-Cio-San. Per la maggior parte si tratta di voci ben conosciute come Adriana Guerrini, Onelia Fineschi, Virgina Gordoni, Mietta Sighele, Elena Mauti Nunziata, Catherine Malfitano. Tra loro ci sono tre orientali, Akiko Kuroda, Yasuko Hayashi e Yoko Watanabe. Spiccano per l’importanza delle loro interpretazioni Iris Adami Corradetti, 1941-42, Rosetta Pampanini, 1942-43, Renata Scotto (due volte), 1963-64 e 1984-85, e Raina Kabaivanska. Il soprano bulgaro cantò le prime sei recite; poi riprese l’opera di Puccini alla Scala sotto la direzione di Georges Prêtre.
Gianandrea Gavazzeni aveva già inciso Madama Butterfly per la HMV, nel 1954, con Victoria De Los Angeles, Anna Maria Canali, Giuseppe Di Stefano, Tito Gobbi e i complessi artistici dell’Opera di Roma. A venticinque anni di distanza Gavazzeni dirige una Butterfly esemplare che suscita l’entusiasmo del pubblico. È una direzione pervasa da un intenso lirismo. L’incisività del ritmo narrativo evita ogni dolciastro compiacimento, ogni affettata sottolineatura sentimentale. Gavazzeni cerca un suono essenziale, pulito, senza perdere di vista il profilo della melodia, senza mortificarla, ma facendone emergere l’interna drammaticità. Gli esempi sono molti: dalla franchezza del dialogo tra Sharpless e Pinkerton, che apre il I atto, all’arrivo di Butterfly, pervaso da una atmosfera quasi esaltata, al duetto d’amore fraseggiato con passione. La lettura di Gavazzeni trova il suo terreno d’elezione soprattutto nel II e nel III atto. Nel II emerge la contraddizione di situazioni contrastanti. Da un lato abbiamo l’allucinato lirismo di “Un bel dì vedremo” e lo strazio del presentimento nella scena della lettera; dall’altro l’illusione del duetto con Suzuki e del coro a bocca chiusa, diretto in punta di bacchetta e cantato magnificamente dal Coro del Maggio. Nel III fanno testo il preludio, interpretato con veemenza, a sottolineare la complessità sinfonica dell’orchestra pucciniana, poi la tensione delle scene che precedono il sacrificio e il sacrificio stesso. La morte di Butterfly è accompagnata da tempi asciutti, quasi sbrigativi, a rimarcare che il dramma, già forte in sé, non ha bisogno di alcun aiuto, ma solo di essere rispettato. Gavazzeni mette in risalto la densità dello strumentale, la forza drammatica dei dettagli. È una lettura che si sviluppa in piena sintonia con i suoi interpreti e che trova in Raina Kabaivanska la protagonista ideale.
Raina Kabaivanska, che debuttò nel 1959 a Varese nel Tabarro, aveva in repertorio Madama Butterfly fin dal 1966. Al 1969 risale una registrazione BASF, diretta da Ugo Rapalo, con Gino Taddei e Gianni Maffeo. Del 1971 è un live da Baltimora. Nel 1982 la Balktanton (la casa discografica bulgara) realizzò una registrazione in studio che in Italia venne distribuita dalla Frequenz. Dirige Gabriele Bellini. Cantano Nazzareno Antinori e Nelson. Portella. Un primo video dall’Arena di Verona, diretto da Maurizio Arena, distribuito dalla Warner Music, riprende una recita del 1983; con la Kabaivanska c’è ancora il Pinkerton di Antinori, mentre Sharpless è Lorenzo Saccomani. Un secondo video, sempre dall’Arena, è del 1997 con la direzione di Angelo Campori, Keith Olsen e Franco Vassallo.
La registrazione del Maggio, mai pubblicata finora, è dunque un documento di indubbio rilievo all’interno della discografia della Butterfly cantata dalla Kabaivanska, qui colta in stato di grazia e nel pieno della maturità artstitico-vocale, in un’edizione diretta da una grande bacchetta, con complessi artistici fra i migliori, in un teatro che non presenta i condizionamenti che sono propri del palcoscenico dell’Arena di Verona.
La padronanza tecnica permette alla Kabaivanska di controllare la gamma e di imprimere al suono tutta quella serie di infinite gradazioni dinamiche che danno sapore al canto di conversazione e agli sfoghi lirici che segnano tutta la parte di Cio-Cio-San. La Kabaivanska domina l’emissione a voce piena ed usa con maestria la mezza voce. In virtù della tecnica supera i passi più scabrosi, quelli che impegnano duramente il registro acuto con rapide escursioni. Tanta bravura è al servizio di un’interpretazione coinvolgente che disegna un personaggio appassionato e travolgente. La Kabaivanska fa una Cio-Cio-San che accoglie in sé la fanciulla e la donna. Nel primo caso non si sottrae alla civetteria di inflessioni infantili, volutamente manierate, per esempio nel I atto o nella scena della lettura della lettera. Esse andranno criticamente valutate e apprezzate osservando anche le magnifiche foto di una geisha da vedere oltre che da ascoltare. Esse trovano la ragione d’essere nell’arte di una recitazione di alto profilo che, per giunta, può contare su di “una bella figura scenica”. In questo contesto il pudore, impresso a talune frasi, l’improntare la voce a modi di bambola assumono una precisa funzione drammatica, quasi si trattasse di una difesa contro il mondo che incombe e che travolgerà Cio-Cio-San. Ma basta che la realtà bussi alla casa sulla collina di Nagasaki e la fanciulla cede il passo alla donna. Gli accenti di lacca lasciano posto al canto appassionato, pieno di slancio e di vibrazione, anche quando esso si fa dolce e soave. È un canto capace di calarsi nella vocalità pucciniana, nella generosità melodica di Madama Butterfly. La voce della Kabaivanska trascolora così dalla partecipata esaltazione di “Un bel dì vedremo”, alla franta declamazione di “Due cose potrei fare”, alla desolazione di “Che tua madre dovrà”, al grido di “Trionfa il mio amore”, in un cangiare di sonorità forti che si piegano fino ad estenuati pianissimi, sottili come un’illusione che sta per svanire. Fa testo poi il III atto. Qui come in tutta l’opera Raina Kabaivanska non si sottrae alle esigenze del teatro, ma le brucia al calor bianco di un canto che giustamente conduce il pubblico al delirio in piena sintonia con la lettura di Gianandrea Gavazzeni. Per constatare la forza emotiva del recitar cantando del soprano bulgaro si ascolti l’episodio in cui Butterfly cerca con foga Pinkerton e si aggira “per la stanza con grande agitazione”. Poi si chiede chi sia quella donna, Kate, prima di invitare Suzuki a non piangere. Ogni parola è segnata da un colore, ogni accento da una gradazione, dal sospiro al grido, dalla voce soffocata fino alla rassegnazione di “Tutto è morto per me! Tutto è finito!ah!”. Si arriva così a “Sotto il gran ponte del cielo non v’è donna di voi più felice. Siatelo, sempre, non v’attristate per me”. Per l’ultima volta passa nel canto l’eco della voce di una bimba, che cede di nuovo a Pinkerton e arriva persino ad augurare alla moglie americana di essere felice con l’uomo che lei ha amato e dal quale è stata abbandonata. Infine, “Tu, tu piccolo Iddio!” vede realizzate le richieste di Puccini. Il compositore vuole da Butterfly grande sentimento, emozione, voce di pianto, uno stato d’esaltazione che dia al momento la forza degna di una tragedia.
I modelli sono evidenti, da un lato Magda Olivero e dall’altro Maria Callas, ma l’uno e l’altro sono elaborati in un’interpretazione personale che non deve niente a nessuno e che dimostra la completa e complessa dimensione artistica della Kabaivanska. Il soprano bulgaro è capace di rivivere i modi e gli atteggiamenti propri della primadonna verista, richiesta da questo genere di repertorio, ma di saperli proporre con moderna sensibilità e innata eleganza.
Accanto a Raina Kabaivanska si ascolta Giorgio Merighi. Bel tenore, dalla voce schietta, dall’impostazione sicura, dal canto generoso, Merighi fu cantante in grado di affrontare e risolvere un repertorio vastissimo, con titoli diversi per stile e vocalità. Qui assicura alla parte di Pinkerton tutta la gagliarda baldanza che essa richiede. Gioca senza difficoltà con l’insidiosa tessitura di “Amore o grillo”. Si fa apprezzare nel duetto che chiude il primo atto e non manca l’appuntamento con “Addio, fiorito asil”. Sharpless è Giorgio Zancanaro. In carriera da dieci anni, il baritono veronese sfoggia una bella voce timbrata con la quale disegna uno Sharpless autorevole ed incisivo, capace di bei fraseggi. Suzuki è la fiorentina Flora Rafanelli, che sa mettere in adeguato rilievo questo personaggio. Ogni frase è detta con giusto accento e commossa partecipazione. Nel duetto del giardino, “Scuoti quella fronda”, asseconda a dovere Raina Kabaivanska. Complice la bacchetta di Gavazzeni, soprano e mezzosoprano danno vita ad un momento di intatto lirismo. Non meno funzionali sono le parti di fianco, a cominciare dal Goro di Franco Ricciardi.

Giancarlo Landini

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