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Le cinesi

Manuel García
Le cinesi

Lisinga Francesca Longari
Sivene Giada Frasconi
Tangia Ana Victoria Pitts
Silango Patrick Kabongo Mubenga

Pianoforte Michele D’Elia

Firenze, Teatro Goldoni, 13-15-16 ottobre 2016

OF 016 1 CD STEREO DDD

Ascolta l’anteprima – Manuel García – Le cinesi – “Ma sarìa meglio che Lisinga incominciasse”

Un raffinato artificio per parlare d’Occidente

(…) Rientrato a Parigi alla fine della carriera per consacrarsi alla didattica (vi sarebbe morto l’anno successivo), nel 1831 García concepì Le cinesi come opera laboratorio di fine corso ad uso dei suoi studenti. Fu la prima (e forse unica) esecuzione. Impregnata di belcanto e teatro rossiano, la musica di García è stata a lungo relegata a quella forma di epigonismo rossiniano, a danno di una personalità che una lenta ma progressiva riscoperta sta portando alla giusta luce.
Nelle Cinesi il contesto della Parigi del salon (cenacolo in cui si legano saldamente convivialità, cultura e spesso politica) si fonde con l’impronta belcantistica dell’opera e con un soggetto che sa, sebbene solo vagamente, d’Oriente. Personaggio dominante dei teatri delle grandi città europee, García rientra a Parigi quasi contemporaneamente all’arrivo in città di Chopin, presenza eponima, vera anima dei salotti parigini. Il salotto è un’entità sociologica dal quale nessun artista dell’epoca può (e vuole) sfuggire, un meccanismo che lega a doppio filo gli artisti creatori (compositori e interpreti) ai loro mecenati, e che ha in esso una vetrina influente oltre che affascinante: García non vi si sottrae. Il pianoforte, a cui è affidato interamente il ruolo strumentale della composizione, è peraltro emblematica metafora del significato borghese del salotto, della legittimazione di un passaggio di potere dall’aristocrazia ai nuovi ricchi.
Due coordinate storico-estetiche guidano ancora l’opera di García, e sono evidentemente la fascinazione per l’Oriente, tipica del Romanticismo, e il belcanto, che innerva il repertorio di García tenore. Se quest’ultimo aspetto è insindacabile, il primo è controverso. A differenza dei pittori (Eugène Delacroix, Benjamin Constant) o dei poeti viaggiatori (François-René de Chateaubriand) nell’opera non si coglie alcun reale contributo di conoscenza verso la cultura dei mondi lontani; l’oriente di Metastasio (e di García) è piuttosto un contesto vago, un pretesto per parlare della Francia e della libertà. Pensata con finalità didattiche e destinata a un’esecuzione da salotto, l’opera è scritta per un quartetto vocale e pianoforte, senza alcuna veste orchestrale. La parte pianistica si limita a svolgere una mera funzione d’accompagnamento, mentre tutto è affidato al timbro vocale. La compresenza dei vari registri drammatici è un ottimo espediente, musicale e didattico. Il maestro e gli allievi sono entrambi impegnati in un saggio di molteplici abilità. Ciò nonostante, Le cinesi non sono solo un compendio di teatro musicale, ma un ponte che unisce Settecento e Romanticismo, il primo evocato dalle tre distinte situazioni teatrali, il secondo chiaramente espresso da un linguaggio musicale che non sa mai di Cina, e che piuttosto racconta con una scrittura belcantistica una delle più felici pagine della storia musicale italiana. Che la trasmissione avvenga per mano di uno spagnolo è ulteriore segno dell’universalità di questo patrimonio.

Fiorella Sassanelli

da sinistra in alto: Ana Victoria PItts, Patrick Kabongo Mubenga e Giada Frasconi; Patrick Kabongo Mubenga e Giada Frasoni; Patrick Kabongo Mubenga e Francesca Longari;  Ana Victoria PItts, Francesca Longari, Patrick Kabongo Mubenga e Giada Frasconi (© Archivio Storico Teatro del Maggio)