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La traviata

Giuseppe Verdi
La traviata

Violetta Valéry Cecilia Gasdia
Flora Bervoix Edith Martelli
Annina Giuliana Matteini
Alfredo Germont Peter Dvorský
Giorgio Germont Giorgio Zancanaro
Gastone Maurizio Barbacini
Il Barone Douphol Guido Mazzini
Il Marchese d’Obigny Giorgio Giorgetti
Il Dottor Grenvil Leonardo Monreale
Giuseppe Ottavio Taddei
Un domestico Mario Frosini
Un commissionario Augusto Frati

Carlos Kleiber
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro
Roberto Gabbiani

Firenze, Teatro Comunale, 20 dicembre 1984

OF 004 2 CD STEREO ADD

Traviata ritrovata

Il 9 dicembre 1984 andò in scena al Comunale di Firenze un’edizione della Traviata che aveva sulla carta più di un motivo di richiamo. La protagonista era Cecilia Gasdia, decisamente sulla cresta dell’onda nonostante avesse appena ventiquattro anni, alla sua prima Violetta. Il tenore era Peter Dvorský, slovacco (cecoslovacco, allora) più maturo e bene avanzato in carriera, in un momento in cui le voci provenienti dall’Est, e non necessariamente occidentalizzate al punto giusto, circolavano con una certa frequenza anche sulle scene italiane. Più che una certezza era Germont, Giorgio Zancanaro. Per non parlare dello spettacolo, firmato da Franco Zeffirelli, e coprodotto con Metropolitan di New York e Opéra di Parigi. Anche la copertura dei ruoli minori sembrava rispondere al desiderio di avere il meglio, con alcuni esterni di valore venuti ad affiancarsi a un paio di voci fra le più familiari e care al pubblico di Firenze. Ma al di sopra di tutti c’era il direttore d’orchestra: Carlos Kleiber, per la prima (e ahimè unica, come si vide poi) volta sul podio dell’Orchestra del Maggio: e almeno dall’esterno si aveva la sensazione che di tutte le altre presenze importanti la ragione principale fosse proprio lui.
Kleiber aveva allora poco più di cinquantaquattro anni. La sua affermazione internazionale, dapprima curiosamente lenta, aveva avuto un’accelerazione significativa giusto dieci anni prima, con il Tristano di Richard Wagner diretto al Festival di Bayreuth. Grazie alla radio anche chi non aveva mai avuto occasioni di ascoltarlo dal vivo aveva avuto conferma di quanto già intorno a lui si favoleggiava. Poi c’era stato lo sbarco in Italia, con il Rosenkavalier di Richard Strauss alla Scala, nel 1976, seguito da altre prove memorande, sempre in teatro, mentre in campo sinfonico la prima comparsa da noi c’era stata nel 1979, a Santa Cecilia (per una sostituzione, incredibile: anche se di un mito vivente come Karl Böhm). Il tutto nel quadro di un’attività rarefatta, con lunghi periodi di assenza rotti soltanto per impegni straordinari, alle prese con il repertorio limitatissimo che Kleiber sentiva suo. Intorno a lui si era così creata, anche in Italia (specialmente in Italia?) un’aura di eccezionalità in termini quantitativi non meno che di qualità, che fondendosi con la sua straordinaria forza di comunicazione emotiva sembrava, e sembra tuttora, dopo dieci anni che non è più con noi, proporlo come un direttore talmente unico da non essere neanche in gara con gli altri (e fra quegli “altri” c’erano, in quell’èra del grande interprete che stava per vedere i suoi ultimi capitoli, personaggi come Herbert von Karajan, Leonard Bernstein e Claudio Abbado, giusto per far tre nomi di illustri scomparsi, oltre a diversi dei massimi di oggi), ma da proporsi come una specie di alieno proveniente da un lontano, e migliore, pianeta.
Insomma riuscire ad averlo per un’opera era stato, da parte del Comunale, quel che suol dirsi un colpaccio: specialmente perché Kleiber veniva a dirigere un’opera italianissima come La traviata, ancora connessa, e non solo per una questione di date, al mondo del melodramma italiano del Romanticismo, non proiettata verso una dimensione sinfonica ed europea come invece il grande decadentismo di Otello e Bohème, titoli più credibilmente cari a un direttore diventato famoso a suon di Tristani e Cavalieri della rosa. L’aveva già diretta a Monaco e incisa in disco, ma in Italia era la sua prima (e unica) volta. Gli storici faranno o avranno fatto indagini minuziose per stabilire quante e quali componenti del cast e dell’allestimento rispondessero a richieste o proposte di Kleiber, quali invece al desiderio del Comunale di costruirgli intorno una produzione comunque forte, quali ancora al caso, che in un’impresa complessa come l’allestimento di un’opera lo zampino ce lo mette sempre. E di ogni prova vocale si potrà e dovrà discutere, così come se ne discusse allora, specialmente adesso che questo CD a trent’anni di distanza pone a disposizione di tutti il documento sonoro di una delle repliche, obbligando a un discreto sforzo di oggettività la memoria di tutti noi che c’eravamo (per lo spettacolo di Zeffirelli, almeno per l’allestimento fiorentino, si deve invece ricorrere alla memoria, appunto, e a quel che se ne scrisse sui giornali. Ma la critica musicale sui giornali, in quel tempo ancora viva e vegeta e ignara di aver già la clessidra girata, quando c’era di mezzo un personaggio in ogni senso ingombrante come Zeffirelli oscillava spesso fra diffidenza di chi amava e propugnava regie più ardite, e diplomazia di chi sentiva comunque di aver davanti un mostro sacro: non certo le premesse migliori per un giudizio capace di spiegare di che cosa si trattasse effettivamente a chi oggi debba dir sospirando “io non v’era”).
Per tutti noi, però, per autorevoli o al centro dell’attenzione che fossero protagonisti e regista, quella era la Traviata “di” Kleiber. Era l’epoca del grande interprete, appunto, visto anzitutto come grande direttore. E perfino per noi del pubblico di Firenze, che stavamo completando il passaggio da un rapporto lungo e continuativo con Riccardo Muti a uno, altrettanto continuativo e destinato a durare ancora di più, con Zubin Mehta, un Carlos Kleiber che venisse a farci la Traviata in casa non capitava certo tutti i giorni (tanto che non capitò più). Per i diversamente giovani c’era anche, con l’inevitabile innesco di confronti, il ricordo divenuto ormai leggenda dei Vespri siciliani diretti al Comunale nel 1951 da suo padre Erich (già: perché per diversi anni almeno in Italia di Carlos si era parlato come del “figlio di Kleiber”, prima che con l’ingresso del figlio nello star-system del secondo Novecento, anzi con la sua assunzione a una sfera celeste ancora superiore, i ruoli si ribaltassero, e al pur grandissimo Erich toccasse, con singolare contrappasso, una postuma lettura come “padre di Kleiber”). E con quello spirito andammo, emozionatissimi, e applaudimmo: oggi invece, con un pizzico di commozione ma certo anche con maggiore oggettività, ascoltiamo, e cerchiamo di capire meglio, magari rileggendo anche quel che a caldo fu scritto.
Si parlò molto, infatti, di un Kleiber che affrontava La traviata in termini cameristici: il che trattandosi di un’opera e non di un quartetto potrebbe non sembrare un complimento; ma poteva anche esserlo, dato che allora molti cercavano lo spirito della musica da camera dappertutto, perfino dove non avrebbe dovuto esserci. Oggi diremmo soprattutto che tendeva a riportarla alla sua identità di opera comica, nel senso della commedia borghese, della non-tragedia, quale il soggetto stesso la qualifica, seppure dolore e morte la percorrano dal principio alla fine. Da qui, ben in evidenza nella registrazione, le sonorità leggere, trasparenti ottenute dagli archi dell’Orchestra del Maggio, e gli accompagnamenti attentamente discreti al canto, specialmente per Cecilia Gasdia, Violetta più adolescenziale e smarrita che non primadonna aggressiva. Il rapporto con le voci sembrò quindi, e ancor più oggi sembra, tendere anzitutto a sottolineare il valore scenico della parola cantata, forse cercando più una regia musicale ricchissima di sfumature che non un controllo stilistico e tecnico totale, quale forse sarebbe stato utile per costruire l’interpretazione di un soprano importante ma giovane e al suo debutto nel ruolo, e di un tenore di spessore vocale non indifferente ma certo non in possesso della naturale accuratezza e signorilità di Zancanaro. Certo una lettura al chiuso, “in studio”, abbastanza in antitesi con una tradizione che nel 1984 era tutt’altro che remota o sbiadita nel ricordo, e che pare estendersi a questa Traviata solo per quel che riguarda tagli oggi forse non tutti così facilmente proponibili. E abbastanza divergente anche dall’impianto fastoso della regia di Zeffirelli, già compagno d’avventura di Kleiber in Otello e Bohème, resa memorabile da uno spettacoloso lancio di coriandoli all’ingresso dei Mattadori durante la festa di casa di Flora, salutato dal pubblico con una rumorosa ovazione a scena aperta – e sulla musica – tanto alla prima quanto in questa replica del 20 dicembre. In un’interpretazione disposta quasi in crescendo, dopo una definizione brillante del primo atto Kleiber parve e pare specialmente grande nel primo quadro del secondo: soprattutto in un dialogo fra Violetta e Germont gestito con tempi e modi di straordinaria intuizione psicologica, seguito da un momento di tensione espressiva incredibile quando il clarinetto commenta con la malinconia smisurata delle sue frasi l’atto sacrificale di Violetta (“Ed or si scriva a lui”). Di nuovo attento a collocare il quadro successivo in una prospettiva non grandiosa (lo scatto impresso all’inizio determina un clima di follia godereccia degna del Pipistrello di Johann Strauss junior, altra sua interpretazione storica), Kleiber tocca i vertici più alti in tutto il terzo atto, a cominciare da un preludio pudico ma intensissimo, e da una lettura sommessa dell’“Addio del passato” in cui Cecilia Gasdia, forse nel momento più centrato della sua interpretazione, sembra accompagnata da Fryderyk Chopin in persona.
Da tempo l’industria del disco preferisce mettere in commercio le opere registrandole dal vivo (di solito montando insieme i pezzi meglio riusciti di più recite diverse), anziché costruirle in studio fino a ottenere la massima precisione, come avveniva nell’epoca d’oro del microsolco. Una scelta risparmiosa, gabellata per ricerca di vivacità e verità. La verità vera, però, la danno soltanto le registrazioni che documentino un’unica serata, nel suo bene e nel suo male, con gli sbagli e i momenti felici, con le mille imprevedibili varianti che differenziano inevitabilmente una recita dall’altra. E quella che qui ascoltiamo è la documentazione della recita del 20 dicembre 1984, che va ad accostarsi alla registrazione ufficiale della Traviata diretta da Carlos Kleiber appunto con un valore straordinario di documento. Ognuno di noi ascoltandola può trovarci cose che lo entusiasmino e particolari che lo convincano un po’ meno. Ma questo è inevitabile, specialmente nel caso di un’opera, e specialmente nel caso di un’opera come La traviata, che fin dalla prima rappresentazione nel 1853 parve destinata a scontentare sempre qualcuno, come se fosse impossibile darne un’esecuzione e un’interpretazione in tutto e per tutto soddisfacenti. Quel che tutti ci ritroveremo è l’immagine di un direttore che fu grandissimo anche in disco (nei non moltissimi dischi ufficiali da lui incisi), ma che nel qui e ora dell’esecuzione, nello spazio condiviso del teatro o della sala da concerto sapeva afferrare le emozioni dell’ascoltatore in modo e misura davvero unici. Cristallizzata in una registrazione, questa pagina della sua vicenda interpretativa ci giunge con tutta la sua originalità e la sua carica poetica. Ed è anche una pagina fra le più luminose nella storia di un teatro, quello di Firenze, che fu sempre un teatro di grandi direttori, oltre e prima che un teatro di grandi cantanti, e che almeno una volta doveva avere Carlos Kleiber alla testa della sua orchestra e del suo coro, davanti al suo pubblico. L’istantanea sonora che fotografa quel momento dà al nostro “come eravamo” un’emozione in più.

Daniele Spini

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