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La forza del destino

Giuseppe Verdi
LA FORZA DEL DESTINO

Il Marchese di Calatrava Carlo De Bortoli
Donna Leonora Orianna Santunione
Don Carlos di Vargas Matteo Manuguerra
Don Alvaro Veriano Luchetti
Preziosilla Maria Luisa Nave
Padre Guardiano Cesare Siepi
Fra Melitone Sesto Bruscantini
Un Alcade Augusto Frati
Mastro Trabuco Dino Formichini
Un chirurgo Guerrando Rigiri
Primo venditore Ottavio Taddei
Secondo venditore Valiano Natali
Terzo venditore Aldo Reggioli

Direttore Riccardo Muti
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Roberto Gabbiani

Firenze, Teatro Comunale, 13 dicembre 1974
OF 031 3 CD MONO ADD

Ascolta l’anteprima: Giuseppe Verdi – La forza del destino – “Infelice, delusa, rejetta”

Riccardo Muti e La forza del destino: il grande affresco manzoniano di Giuseppe Verdi

La forza del destino fu la quinta opera di Verdi a entrare nel repertorio di Riccardo Muti dopo Attila, I masnadieri, Un ballo in maschera e Aida. Con quest’ultima aveva debuttato trentaduenne con grande successo a Vienna nel febbraio del 1973 e pari entusiasmo suscitò il suo ritorno all’Opera di Stato il 29 settembre 1974 che lo vide impegnato per la prima volta con La forza del destino. Tre mesi dopo, il 13 dicembre, lo stesso allestimento di Luigi Squarzina con scene e costumi di Pier Luigi Pizzi prestato gratuitamente dal teatro viennese, andò in scena a Firenze come spettacolo inaugurale della stagione invernale. Una serata importante per la storia del Teatro Comunale che dopo un periodo travagliato si avviava finalmente ad una nuova fase di stabilità grazie alla riconferma di Muti come direttore principale dei complessi del Maggio e alla nomina di Massimo Bogianckino come consulente artistico. (…)
Anche in questa esecuzione fiorentina la direzione di Muti mostra una straordinaria variegatezza di tempi e colori, sempre nel puntiglioso rispetto delle indicazioni in partitura e in calcolato rapporto con la “tinta” teatrale di ogni scena, ma all’interno di una unità di concezione che riesce a collegare nell’ampia arcata di un unico tracciato tutti i tasselli di quel vasto mosaico ingiustamente tacciato più volte fin dalle prime rappresentazioni di frammentarietà. La concitazione bruciante di alcuni momenti, a cominciare da una Sinfonia travolgente ma non incline all’effettismo, si alterna alla dilatazione di altri nella tinteggiatura di quello sfondo di battaglie e scene popolari, danze e cori, da molti altri direttori liquidato frettolosamente, ma sempre imponendo all’insieme la continuità e la tensione di un passo narrativo capace di dipanare lo svolgimento in un tutto organico, di fatto mai apparso così compatto come il diretto corrispettivo melodrammatico del romanzo storico ottocentesco. In questa angolazione Muti riesce a equilibrare lo spirito di ricerca del nuovo progetto drammaturgico con l’inconfondibile coerenza dello stile verdiano, l’arditezza di certe soluzioni con la logica delle convenzioni tradizionali conciliando la cura meticolosa dell’orchestra e del coro e il rispetto delle ragioni del canto con la comunicativa immediata di uno spiccato senso del teatro. Nell’insieme un risultato che raggiunge lo stesso altissimo livello conseguito da Mitropoulos pur partendo da presupposti diversi: non un susseguirsi ininterrotto di fantasiose e sorprendenti illuminazioni ma un’armoniosa continuità di disegno dove la sottile definizione di ogni elemento si compone nella sintesi teatrale di un tutto indivisibile. (…)

Giuseppe Rossi

da sinistra in alto: scena finale; Veriano Luchetti; Sesto Bruscantini; Orianna Santunione e Veriano Luchetti; Orianna Santunione e Cesare Siepi (© Archivio Storico Teatro del Maggio)