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La donna del lago

Gioachino Rossini
La donna del lago

Elena Rosanna Carteri
Giacomo V (Uberto) Cesare Valletti
Malcolm Groeme Irène Companeez
Rodrigo di Dhu Eddy Ruhl
Douglas d’Angus Paolo Washington
Serano / Bertrando Valiano Natali
Albina Carmen Piccini

Tullio Serafin
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro Andrea Morosini

Firenze, Teatro della Pergola, 9 maggio 1958

OF 002 2 CD MONO ADD

Ciel! In qual estasi rapir mi sento

La “Rossini-renaissance”, l’entusiasmante recupero del repertorio operistico serio del compositore pesarese sviluppatosi alla fine degli anni Sessanta del Novecento, parte da lontano e dal Maggio Musicale Fiorentino. Fin dalla seconda edizione del Festival, nel 1935, con il Mosè che vede sul podio uno dei pionieri di quella storica impresa, Vittorio Gui, e protagonista Tancredi Pasero, l’interesse del Maggio Musicale inizia a concentrarsi sulla produzione artistica rossiniana. Nel 1939 è la volta del Guglielmo Tell diretto da Gino Marinuzzi e l’anno successivo della Semiramide con Gabriella Gatti, Ebe Stignani, Tancredi Pasero e Ferruccio Tagliavini, guidati da un’altra bacchetta fondamentale in questa prima fase di riscoperta dei capolavori del pesarese, quella di Tullio Serafin. Nel 1949 torna sulle scene fiorentine L’assedio di Corinto, con Renata Tebaldi nella parte di Pamira e la direzione di Gabriele Santini, che salirà sul podio anche nel 1951 per un’altra edizione del Mosè, protagonista Boris Christoff. Ma è nel 1952 che il Maggio getta le vere e proprie basi della “Rossini-renaissance” allestendo nel quindicesimo Festival Armida con Maria Callas, Il Conte Ory, Tancredi con Teresa Stich Randall e Giulietta Simionato (mentre il Direttore artistico Francesco Siciliani aveva tentato invano di schierare un’accoppiata Tebaldi-Callas che sarebbe risultata leggendaria se si fosse concretizzata), La scala di seta, La pietra del paragone e Guglielmo Tell, con la Tebaldi come Matilde e il contestatissimo Kurt Baum nei panni di Arnoldo.
Dopo le riprese del Conte Ory e della Scala di seta al Piccolo Teatro nel 1954, il Maggio prosegue la sua indagine del repertorio serio rossiniano con La donna del lago quale inaugurazione della ventunesima edizione del Festival, il 9 maggio 1958, collocata nella dimensione raccolta e acusticamente perfetta del Teatro della Pergola anche per cause di forza maggiore, vista la chiusura del Teatro Comunale per urgenti lavori di consolidamento della struttura. A dirigere l’opera è chiamato l’infaticabile ottantenne Tullio Serafin, la regia viene affidata al giovane Carlo Maestrini, le scene e i costumi ad Attilio Colonnello, il quale immagina la vicenda tratta dal poema di Sir Walter Scott in una Scozia pittorica di grande suggestione, “enfatizzando – come si legge nel catalogo della mostra Visualità del Maggio – il pathos ‘naturale’ degli esterni corruschi e ‘segnici’ nella loro stesura di bruni e verdacci, contrastandoli con il vivido rosso che determina l’ambiente dell’interno principale”. La prima rappresentazione si svolge in un clima di grande curiosità e in una cornice mondana che vede presenti in platea Renata Tebaldi e Alberto Sordi. La critica, ancora lontana dall’estetica del melodramma belcantista del primo Ottocento, non si entusiasma più di tanto per questo repêchage, eccezion fatta per i giovani Massimo Mila, che apprezza gli aspetti di “aurorale romanticismo” dell’opera, e Giovanni Carli Ballola, che la definisce “una delle più belle di Rossini”.
Il documento sonoro che ora si rende disponibile, dopo un accurato restauro dei nastri originali conservati nell’archivio del Maggio Musicale, deve essere ascoltato nello spirito pionieristico che animò quella prima ripresa in tempi moderni, una forma mentis lontana anni luce dallo scrupolo filologico e dalla conoscenza della prassi esecutiva che avrebbero contraddistinto, almeno dieci anni più tardi, il definitivo sviluppo della “Rossini-renaissance”. Eppure, pur con i suoi evidenti limiti testuali, questa remota Donna del lago ci riserva più di una sorpresa, soprattutto nelle performances di alcuni protagonisti vocali, e non si può certo dire che non abbia lasciato traccia, come superficialmente è stato scritto da pur autorevoli esperti, non foss’altro per aver riportato alla luce quella partitura affascinante e misteriosa per cui Giacomo Leopardi poteva piangere, se non gli fosse stato sospeso il dono delle lacrime, come lui stesso affermò dopo averla ascoltata al Teatro Argentina di Roma nel 1823. Secondo l’usanza del tempo, la revisione di Vito Frazzi semplifica, taglia, sostituisce con disinvoltura quanto concepito dall’autore. A farne le spese sono gli abbellimenti e le colorature, talvolta la struttura interna dei pezzi, cosicché l’equilibrio formale ne risulta alterato, in qualche caso addirittura interi brani (non c’è, ad esempio, la seconda aria di Malcolm, “Ah si pera”). Il rimaneggiamento più clamoroso riguarda il finale dell’opera: dopo la domanda di Elena “Come salvarlo?”, viene inserito il Quartetto “Cielo, il mio labbro inspira” tratto da Bianca e Falliero, uno dei pezzi favoriti di Rossini, presente anche nell’edizione parigina del 1824 della Donna del lago. Il Rondò della protagonista “Tanti affetti” scompare e la conclusione è affidata alla ripresa, con parole diverse, del Duetto Elena-Giacomo dal primo atto a cui si aggiunge in sottofondo il Coro.
In un contesto editoriale così bizzarro, stupiscono positivamente le prove dei protagonisti. Rosanna Carteri, donna di straordinaria avvenenza fisica come dimostrano le foto di scena dello spettacolo, non poteva affrontare le virtuosistiche colorature di “Tanti affetti”, però vantava uno strumento dal bellissimo timbro, luminoso nel registro acuto, esteso e rotondo anche nelle note gravi: caratteristiche vocali che, unite all’eleganza del fraseggio e alla perentorietà dell’accento, le consentono di tratteggiare un’Elena fascinosa fin dalla sua prima apparizione con la splendida barcarola “Oh mattutini albori”. La sorpresa maggiore del cast viene dal Giacomo V di Cesare Valletti, cantante dalla tecnica solida e dalla linea di canto aristocratica, tra i primissimi artisti ad accostarsi con risultati apprezzabili al repertorio del tenore contraltino rossiniano. La sua esecuzione dell’aria “Oh fiamma soave”, come dei duetti con la protagonista femminile e del terzetto che coinvolge Rodrigo, sono senz’altro da considerare nella storia interpretativa del personaggio come antesignani di quanto si sarebbe udito in seguito da cantanti più agguerriti tecnicamente, più consapevoli della prassi e dello stile rossiniano, ma anche meno incisivi sul piano del fraseggio. I nomi del contralto Irène Companeez e del tenore Eddy Ruhl sono forse meno noti al grande pubblico. La prima, cantante di origine russa naturalizzata francese dalla carriera purtroppo brevissima, delinea con il suo bel timbro ambrato un Malcolm appassionato e vigoroso; il secondo, statunitense, protégé della leggendaria Rosa Ponselle, è un Rodrigo sottratto dagli aggiustamenti della parte alla sua vera naturale baritenorile ma svettante nel registro acuto ed eroico nell’accento. Douglas ha la voce ampia, calda e morbida del basso fiorentino Paolo Washington. Come Serano e Albina compaiono due validi cantanti, Valiano Natali e Carmen Piccini, abitualmente presenti in quegli anni al Maggio nelle parti di fianco.
Dal podio Tullio Serafin ha il merito di imprimere all’azione un avvincente ritmo narrativo di stampo romantico; la superficiale conoscenza stilistica la si avverte soprattutto nello “stacco” troppo indugiante di alcuni tempi ma la cura degli accompagnamenti delle arie e dei recitativi, indice di un artigianato musicale d’alta scuola, è davvero esemplare. Merito anche di un’Orchestra del Maggio sempre così adatta all’opera italiana dell’Ottocento per colore del suono e per naturalezza del fraseggio. Dunque, un recupero importante di un’esecuzione che merita di essere conosciuta, inquadrata storicamente nell’epoca in cui venne realizzata e apprezzata per il suo valore di tappa fondamentale nella riscoperta di un capolavoro.

Giovanni Vitali

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