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Georges Prêtre

Georges Prêtre
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Claude Debussy
La Mer

Firenze, Teatro Verdi, 31 ottobre 1992

Claude Debussy
Nocturnes

Maurice Ravel
Boléro

Maestro del Coro
José Luis Basso

Firenze, Teatro Comunale, 6 marzo 2004

OF 0017 1 CD STEREO ADD

L’arte di dipingere con i suoni

Ogni volta che Georges Prêtre saliva sul podio, era come se le nostre orecchie e i nostri occhi prendessero parte a un rito magico. C’era qualcosa in lui dello sciamano: il carisma, l’ispirazione, il potere di comunicare. Ma anche la cura, la scrupolosa attenzione del definire, ed esaltare, i mille colori di una tavolozza timbrico-orchestrale con lui sempre vivida e ricca di nuances. Questa sua sensibilità timbrica, accurata e quasi analitica, aveva anche un che di scientifico, in fondo non strano in chi come lui ci confidò una volta – durante una delle diverse e preziose occasioni che abbiamo avuto di parlar con lui – che se non avesse fatto il direttore d’orchestra sarebbe diventato volentieri un medico chirurgo: “Il direttore d’orchestra è in fondo una professione vicina a quella del dottore: la musica è la medicina dell’anima”. Ma ciò che maggiormente colpiva della sua arte interpretativa era appunto l’avvincente comunicativa, stregonesca ed ammaliante; si esprimeva nell’avvolgente sensualità del suono, nella libertà di fraseggi ora roventi d’intensità ora morbidamente flessuosi. Senza però portar mai con sé alcun sentore di improvvisazione, o di gratuito esibizionismo: quella naturalezza traboccante di fantasia era il traguardo raggiunto dopo anni di studio, disciplina, esperienza. Interpretazioni sostanzialmente dionisiache, le sue, dalla comunicativa trascinante e accese di virtuosismo, ma impreziosite da un raffinatissimo charme, da colori fulgidi ma di consistenza vellutata. Prêtre le portava avanti con un gesto nervoso, a scatti, e che negli ultimi anni aveva rinunciato alla bacchetta; e allora le sue mani pareva fremessero dal desiderio di plasmare la materia sonora indicata dalla partitura che in quel momento aveva sul leggio.
Georges Prêtre è stato legatissimo al Teatro alla Scala di Milano fin dal 1966, ed è in quel medesimo anno che il quarantaduenne direttore francese fa la sua prima apparizione sul podio dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, al Teatro Comunale. Un programma tutto sinfonico, con la Suite dalle musiche di scena per Pelléas et Mélisande di Fauré, la Suite n. 2 da Daphnis et Chloé di Ravel e, in apertura di serata, la Sinfonia n. 1 di Brahms: uno degli autori da lui prediletto, e che solitamente Prêtre ricreava in una dimensione potente e sontuosa, eppur ricca di particolari. È l’inizio di una frequentazione che legherà Prêtre al Teatro fiorentino per quasi un quarantennio, fino al concerto del 2004 che sarà anche l’occasione per festeggiare i suoi ottant’anni. Da quel Maggio Musicale del 1966, a scorrere i programmi che accompagnano ogni nuova apparizione di Prêtre a Firenze ci si rende conto di quanto il suo repertorio fosse più vasto di quel che si potesse immaginare, al di là di ogni facile etichettatura: come quella che lo voleva formidabile ma esclusivo interprete del repertorio francese, giudizio che, al pari del suo non meno grande collega connazionale Pierre Monteux, lo faceva stizzire non poco. Troviamo così nientemeno che la Sinfonia n. 2 di Sibelius nella sua seconda apparizione con i complessi del Maggio Musicale, nel 1968, subito dopo i due concerti ravvicinati che lo avevano visto con l’Orchestre National de l’Office de Radiodiffusion Télévision Française dirigere le prime esecuzioni a Firenze della Sinfonia n. 4 di Roussel e della Sinfonia n. 5 di Honegger. Poi, a partire dal 1969, gli impegni di Prêtre con i complessi del Maggio sono riservati esclusivamente all’ambito operistico: ecco Der fliegende Holländer, L’enfant et les sortilèges (1970), Turandot (1971), Pelléas et Mélisande (1977), e il Werther (1978), diventato leggendario, con Alfredo Kraus e Lucia Valentini Terrani. Serata, quest’ultima, fedelmente riprodotta in una pubblicazione di questa stessa collana (Maggio Live 011), dove Prêtre realizza l’incanto di una lettura che unisce vitalità a un’elegante leggerezza. Poi, inframmezzata da altre incursioni in ambito oratoriale e teatrale tout court (L’enfance du Christ nel 1970, Le martyre de Saint-Sébastien nel 1980), la galleria dei titoli operistici affrontati da Prêtre prosegue con Carmen (1982) e Mignon (1983), ma è proprio con l’opera più celebre di Ambroise Thomas che si conclude. Dal mondo della lirica, che pur aveva segnato il suo debutto (Le roi d’Ys di Lalo), Prêtre si allontanerà sempre più, fino ad abbandonarlo del tutto. Il sistema produttivo operistico era diventato per lui troppo frenetico: non lasciava spazio all’approfondimento e, soprattutto, non permetteva più di stabilire quei rapporti umani fra gli interpreti che, a suo avviso, erano fondamentali per la riuscita dello spettacolo; e problematico era diventato il rapporto con i registi: “Non capiscono”, ci disse una volta, “che devono servire la musica, che la regia è come il velluto sul quale si posa un gioiello prezioso, ma non è quel gioiello”. Così, a partire dai primi anni Ottanta, a Firenze Prêtre lo si ascolta solo come interprete del repertorio sinfonico e corale (anche sacro): scorrendo quei programmi, troviamo la Sinfonia n. 1 di Mahler (1984), la Sinfonia in do maggiore di Bizet e la Symphonie Fantastique di Berlioz, la Sinfonia n. 2 di Brahms ed Ein Heldenleben di Strauss (1985), la Suite da Ma mère l’oye e il Boléro di Ravel (1986), uno dei suoi cavalli di battaglia; e ancora, un Das Lied von der Erde di Mahler (1993) imbevuto di struggente languore, un Deutsches Requiem (1997) di Brahms dai profumi decadenti, le Danze Sinfoniche di Bernstein, Un americano a Parigi di Gershwin e la Sinfonia Dal nuovo mondo di Dvořák (1998) in letture di vitalistica frenesia, un Requiem di Fauré giocato fra stupore e devozione, in abbinamento alla trascrizione di Schönberg del Quartetto op. 25 di Brahms (2000) da Prêtre resa con un estro coloristico quasi incontenibile. E come non rammentare la sua ultima Symphonie Fantastique diretta al Comunale? Lettura personalissima, capace di unire, in un miracoloso connubio, seduzioni timbriche, sfumature poeticissime, l’adesione più viscerale e, come nel finale, orgiastica. Mentre il Gloria di Poulenc che apriva quella serata (2002) ci rivelò il Prêtre più delicato e votato all’interiorità, capace di un fervore sincero davvero commovente.
Il Boléro di Ravel che ascoltiamo in questa registrazione proviene dall’ultimo concerto che Georges Prêtre tenne al Teatro Comunale, a marzo del 2004. Il culmine di una serata dedicata ai suoi ottant’anni e che proponeva ancora Gershwin (Un americano a Parigi e una Suite da Porgy and Bess) e i Nocturnes di Debussy. Quasi immobile, gesti appena accennati, dal podio Prêtre pareva delibare ogni colore strumentale, dosandone il peso, dandogli una morbida consistenza; e quel tema, ossessivamente riproposto, veniva da lui valorizzato in tutta la sua cantabilità. Il tutto tenuto insieme da un fraseggio sinuoso, avvolgente, che gradualmente genera l’andamento di una danza dionisiaca e sensualissima. E il risultato è che con Prêtre il Boléro si trasforma non solo in un caleidoscopio di mirabolanti colori, ma anche in una sorta di sortilegio ipnotico, ammaliante, e che si fa esplosione davvero dionisiaca a partire da quell’improvvisa modulazione con la quale Ravel rompe il meccanismo del Boléro e lo porta alla sua catastrofica conclusione. Da quel medesimo concerto del 2004 provengono anche i tre pannelli sinfonici dei Nocturnes di Debussy. Qui, Prêtre rivela ancora una volta la sua abilità di mago del colore, consegnandoci una lettura in una chiave squisitamente impressionista: timbri evanescenti e carichi di seduzioni, una raffinatissima e accurata definizione delle continue sfumature del tessuto strumentale (ottenuta grazie anche alla bravura dei professori del Maggio Musicale). Nuages, il primo pannello, ci arriva così avvolto da colori preziosi ma anche da un profondo senso di mistero; in Fètes la sensibilità timbrica è invece infiammata dalla frenesia della sua direzione, i timbri sono come scintille, il fraseggio è mosso da una vibrante vitalità; e quasi come una raffigurazione sonora di una tela di Claude Monet risuona Sirènes, sospeso in una narrazione pacata ed evocativa sulla quale, con mano delicata, Prêtre ricama un tessuto sonoro cangiante e trapuntato dai vocalizzi del Coro femminile del Maggio. A ricostruire un ideale programma tutto francese, repertorio nel quale innegabilmente Prêtre eccelleva, il CD ripropone anche La Mer di Debussy, pagina invece ripresa da un concerto del novembre 1992. E anche qui balza evidente all’ascolto la vocazione pittorica di Prêtre, capace come pochi altri di comunicare suggestioni e atmosfere, in una visione che non vuol essere semplicemente descrittiva ma che mette anche in luce il processo tutto interiore di queste tre paesaggi marini. Di qui il senso di mistero, quasi ancestrale, che il suo mobilissimo fraseggio riesce ad ottenere, cogliendo ed esaltando tutto il fantasioso fluire dell’invenzione di Debussy. E rendendolo soprattutto vivo. Sono come ricordi di distese marine solcate da barbagli argentei, da guizzi improvvisi di luce. Un’eccitazione di ritmi e colori che ha il suo culmine nel Dialogue du vent et de la mer, l’ultimo di questi tre schizzi sinfonici: reso da Prêtre inquieto e febbrile, un crescendo di parossismo drammatico realizzato con un virtuosismo e una comunicativa ancor oggi davvero emozionanti.

Francesco Ermini Polacci

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