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Fabio Luisi – Andrea Lucchesini

Fabio Luisi
Andrea Lucchesini
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Ludwig van Beethoven
Fantasia Corale op. 80

Opera di Firenze, 25 febbraio 2017

Johannes Brahms
Sinfonia n. 4 in mi minore op. 98

Opera di Firenze, 28 dicembre 2011

OF 019 1 CD STEREO DDD

Fabio Luisi, fra tradizione e innovazione

Il rapporto di Fabio Luisi con i complessi del Maggio Musicale Fiorentino ebbe un inizio tutto verdiano, dal debutto al Teatro Comunale nel 1994 con Simon Boccanegra alla registrazione discografica dell’Aroldo nel dicembre 1997 fino ad una pregevole edizione di Rigoletto con la regia di Graham Vick nel novembre 2003. Come direttore sinfonico, ormai al culmine di una prestigiosa carriera internazionale costruita con serietà e pazienza, Luisi si presentò per la prima volta nel nuovo teatro appena inaugurato il 28 dicembre 2011 con un concerto che comprendeva la novità per Firenze Haydn allo specchio di Matteo D’Amico, il Quarto Concerto di Beethoven con solista Rudolf Buchbinder e la Quarta Sinfonia di Brahms, ritornandovi poi il 25 febbraio 2017 nella festosa serata della sua presentazione ufficiale come prossimo Direttore musicale del Maggio, in carica dalla primavera del 2018. Quella sera diresse un programma dall’insolita impaginazione atto a coinvolgere al gran completo le forze del teatro fiorentino con Hymnus Amoris di Carl Nielsen, la Fantasia corale di Beethoven e Eine Alpensinfonie di Strauss. Da questi due concerti all’Opera di Firenze provengono le registrazioni abbinate nel presente disco, che nel caso del lavoro di Beethoven vede la prima collaborazione di Luisi con il pianista Andrea Lucchesini, allievo di Maria Tipo lanciato a diciotto anni dalla vittoria del concorso milanese intitolato a Dino Ciani e poi diventato stretto collaboratore di Luciano Berio del quale nel 2001 eseguì in prima mondiale la Sonata, insieme ad altri lavori del musicista ligure inclusa anche nella sua vasta discografia.
La Fantasia per pianoforte, coro e orchestra op. 80 fu ascoltata per la prima volta a Vienna nello storico concerto del 22 dicembre 1808, con Ignaz von Seyfried sul podio e solista lo stesso Beethoven, che includeva le prime di altri suoi capolavori, la Quinta e la Sesta Sinfonia, il Quarto concerto per pianoforte e orchestra e alcuni brani dalla Messa in do maggiore. Il compositore vi lavorò in gran fretta destinandola a concludere l’accademia al Theater an der Wien con un inno alla forza catartica dell’arte e allo stesso tempo con un saggio delle proprie capacità di improvvisatore. A tale scopo pensò di aprirla con una lunga introduzione pianistica improvvisata e solo in vista dell’edizione a stampa del 1811 aggiunse il brano che vi figura oggi, non è dato sapere se simile a quanto venne ascoltato alla prima viennese ma che certo ne conserva il carattere. Per il resto, come tema della seconda parte, riprese il motivo di un Lied che aveva composto nel 1795, Gegenliebe (Amore reciproco) WoO 118, e affidò al poeta austriaco Christoph Kuffner (1780-1846) il compito di approntare un nuovo testo inneggiante ad una visione serena della vita illuminata dall’Arte. Nel curioso risultato finale la Fantasia da un lato si presenta come un lavoro di circostanza concepito nel tipico spirito delle accademie viennesi e dall’altro con i tratti di un’arditissima sperimentazione formale che già annuncia gli approdi dell’ultima maniera beethoveniana, particolarmente il composito Finale della Nona Sinfonia evocato anche da una certa assonanza fra la melodia del Lied e quella che celebrerà la Gioia sui versi di Schiller.
Mescolando forme e generi la partitura inizia dunque con un Adagio in do minore, dal carattere rapsodico e virtuosistico di vasta Cadenza, che dopo una delicata transizione riprende vigore e prefigura l’ingresso del tema principale. L’ingresso misterioso dell’orchestra e un suo breve dialogo in forma di recitativo con il solista (Allegro) precedono l’ingresso del tema annunciato da un solenne motto di oboi e corni ed esposto in do maggiore dal pianoforte (Meno Allegro). Tornando al genere della musica da camera la melodia è quindi sottoposta ad una serie di variazioni. Le prime coinvolgono in successione il flauto, gli oboi, i clarinetti e il fagotto, il quartetto delle prime parti degli archi e poi l’intera orchestra trascorrendo così alla dimensione sinfonica. La successiva in do minore (Allegro molto) impegna solista e orchestra in un dialogo tempestoso, mentre l’Adagio ma non troppo in la maggiore rasserena l’atmosfera in un trasognato lirismo. A chiudere le variazioni provvede infine, in netto contrasto con la precedente, una Marcia assai vivace in fa maggiore pomposamente scandita da fiati e timpani nel ricordo di analoghi brani marziali e patriottici diffusi negli anni della Rivoluzione. Il ritorno della figura misteriosa degli archi gravi avvia una versione elaborata del materiale già ascoltato come preparazione all’ingresso della voce umana e alla conseguente virata verso un altro genere, quello della cantata. Nel conclusivo Allegretto ma non troppo (Quasi Andante con moto) il debole testo di Kuffner viene intonato prima da due soprani e un contralto, poi da due tenori e un basso e finalmente dal coro in un’apoteosi radiosa che coinvolge anche il pianoforte e l’orchestra fino alla sfolgorante luminosità del Presto di coda.
Johannes Brahms lavorò alla sua ultima Sinfonia durante due soggiorni estivi a Mürzzuschlag in Stiria, nel 1884 (il primo tempo e l’Andante) e nel 1885 (il Finale e poi il terzo tempo). Nel seguente settembre, con la consueta circospezione, il musicista ne offrì la partitura a Hans von Bülow, allora direttore dell’orchestra di corte di Meiningen, perché curasse i preparativi per la prima esecuzione, che fu tenuta il 25 ottobre sotto la direzione del compositore con un successo tale da fugare i suoi dubbi iniziali come le riserve azzardate da una ristretta cerchia di amici dopo una precedente audizione privata della trascrizione per due pianoforti. È però possibile retrodatare la genesi dell’opera addirittura al gennaio del 1882, quindi prima della stesura della Terza, quando Brahms aveva discusso con Bülow e l’amico Siegfried Ochs sulla possibilità di imperniare il tempo di una Sinfonia su un tema di ciaccona ricavato dal coro finale della Cantata BWV 150 di Bach, che opportunamente modificato sarà alla base del Finale della Quarta. Il fatto poi che l’Allegro giocoso sia stato composto per ultimo fa pensare che il musicista lo abbia voluto concepire come forte contrasto per valorizzare la già scritta conclusione dell’opera. Fu Arnold Schönberg nel celebre saggio Brahms il progressivo, nato nel 1933 come conferenza tenuta a Vienna nel centenario della nascita del musicista, a rilevare la ferrea coerenza che sta alla base dell’Allegro non troppo iniziale interamente fondato intorno a una concatenazione discendente di terze. Tale cellula costituisce l’essenza del dolcissimo primo tema, esposto in levare dai violini nelle battute iniziali, come del secondo gruppo in si minore, una fanfara dei fiati seguita da un’accorata melodia dei violoncelli, e del terzo in si maggiore, un disegno cromatico dei legni su un delicato accompagnamento degli archi. Tale nucleo elementare è destinato a generare anche le strutture tematiche del secondo e del terzo tempo e a ritornare nelle ultime pagine del Finale a sigillarne la tragica conclusione.
Nel monumentale capolavoro, da molti commentatori visto come ultimo autentico frutto della grande tradizione sinfonica austro-tedesca, l’ombroso trascolorare armonico del crepuscolo romantico si mescola a dotti sfoggi contrappuntistici di ascendenza barocca e ai preziosi arcaismi di un malinconico sguardo al passato, come nel memorabile inizio frigio dell’Andante moderato in mi maggiore che estende la sua influenza modale al sognante tema principale dal carattere di misteriosa marcia notturna. Tutti e quattro i movimenti sono più o meno riferibili allo schema della forma-sonata, nel secondo con lo sviluppo annidato nella ripresa, nel terzo allusivo ad uno Scherzo con il Trio inserito nello sviluppo e perfino come profilo generale nelle variazioni dell’Allegro energico e passionato. Dopo lo slancio volitivo dell’Allegro giocoso in do maggiore, illuminato dagli unici interventi di triangolo presenti in una Sinfonia di Brahms, tutto converge verso il Finale concludendo la partitura con un severo monumento alla forma che assume il valore simbolico di argine contro l’inesorabile franare della musica verso pericolose commistioni sinestetiche. Qui il tema derivato da Bach, enunciato dagli accordi dei fiati come se provenisse da un organo antico, è sottoposto a trenta variazioni che ne mantengono inflessibilmente la struttura, aggiungendo poi, dopo una transizione di sole quattro battute, altre sei variazioni libere nella coda. Incanalato in tanto austero rigore formale, senza cambiamenti di tonalità tranne che per le tre variazioni centrali in mi maggiore, il percorso si snoda però attraverso un’incredibile varietà di atmosfere e stati d’animo contrastanti fino al gorgo fatale delle ultime battute che si stagliano minacciose come una sentenza inappellabile.

Giuseppe Rossi

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