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Evgenij Onegin

Pëtr Il’ič Čajkovskij
Evgenij Onegin

Larina Katia Angeloni
Tatjana Galina Višnevskaja
Olga Elena Zilio
Filipevna Anna Di Stasio
Evgenij Onegin Leo Nucci
Lenskij Nicolai Gedda
Il Principe Gremin Raffaele Arié
Un tenente Simone Alajmo
Saretzki Giorgio Giorgetti
Triquet Pier Francesco Poli

Mstislav Rostropovich
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro Roberto Gabbiani

Firenze, Teatro Comunale, 22 giugno 1980

OF 020 2 CD STEREO ADD

Ascolta l’anteprima: Pëtr Il’ič Čajkovskij – Evgenij Onegin Polonaise

Evgenij Onegin entro il cartellone di un Maggio particolare

(…) Lenskij e Tatjana. Nicolai Gedda e Galina Višnevskaja, nell’edizione che dell’Evgenij Onegin presentò il Maggio Musicale Fiorentino 1980: due prove superlative, per la pienezza delle doti vocali e – entrambe – per la profonda autenticità e finezza delle intenzioni espressive: perennemente a fuoco, nello spiegarsi alato del canto come nell’articolazione della più sommessa intimità.
Sul podio, forte di un’analoga autenticità, russa per incandescente naturalezza, era Mstislav Rostropovič; al cui temperamento si deve anche il fatto che le ricche parti corali e orchestrali dell’opera – i copiosi e spesso tumultuosi ballabili – che la spaziano e la animano (numeri chiusi, compreso quello salottiero e gigionesco di Triquet, ma calibrati e funzionali sempre) non passino come pura “cornice”, vivendo – quando è il caso – nella più tesa continuità drammatica.
Tra Gedda e la Višnevskaja il nostro Leo Nucci (Onegin) risponde in pieno alla fiducia che fu riposta in lui, ancora agli inizi di quella che sarà una magnifica carriera (nella quale, peraltro, l’exploit čajkovskijano resterà come unicum prestigioso). Giusto anche quanto a physique du rôle, Leo Nucci: come gli altri due coprotagonisti. Come tutti gli interpreti: italiani, e russi per felice amalgama.
Nella storia del Maggio Musicale, fra le diverse mani che hanno caratterizzato la gestione Muti/Bogianckino/Alberti (e non si dimentichino la mani di Bruno Bartoletti, costante presenza meritoriamente fiorentina), l’Evgenij Onegin è titolo bogianckiniano. Era ricorso appena un lustro prima, nel quadro del 38° Festival. Era in versione italiana. Dirigeva Jerzy Semkov; protagonista Angelo Romero; Mariana Niculescu, Tatjana; Veriano Luchetti, Lenskij. La regia era nelle mani (quanto mai appropriate) di Gian Carlo Menotti. Le scene erano state un capolavoro di Pier Luigi Samaritani: nuove già nel loro singolare formato “ovale”, suggestive nel romantico pittoricismo che si accendeva di obliqui fasci di luce tra le fronde del giardino, come – alla fine – tra le cortine del salotto rosso di Tatjana.
Certamente è stato il desiderio di far rivivere quelle scene secondo un’impronta più integralmente russa che l’Onegin si è innestato in un progetto di Maggio molto particolare. Fu quando il Sovrintendente Massimo Bogianckino ritornò da un suo viaggio negli Stati Uniti, lieto della piena disponibilità di Mstislav Rostropovič (allora direttore dell’Opera di Washington) per tre buone settimane tra il giugno e l’inizio di luglio del 1980.
Così il 43° Maggio fu – in sostanza – bifronte: Muti/Rostropovič. Lo aveva inaugurato naturalmente il Direttore principale con un Otello, cantato da Cossutta, Scotto e Bruson; per la regia del quale io avevo invitato Miklós Janksó, con l’ apporto di Enrico Job per le scene e i costumi. Poi Muti, in un concerto sinfonico, ci aveva incantato, in particolare, con Les nuits d’été di Berlioz intonate da Agnes Baltsa. Jon Vickers cantò la Winterreise di Schubert. E due recital di Alfred Brendel.
Ci sia consentito di cogliere l’occasione della riproposta in CD del presente Evgenij Onegin per tracciare le linee di tutto un cartellone, per dare un’idea di quello che è potuto essere il Maggio. E Firenze. Sì, perché in quel 1980 la nostra città visse la grande vicenda di Mostre medicee, intrapresa dall’Assessore alla Cultura Franco Camarlinghi; e il Maggio contribuì all’iniziativa presentando un’armoniosa realizzazione della rarissima Euridice del Caccini (meno fortunata della coetanea Euridice del Peri).
E Berio e tanto Stockhausen: compreso quel Sirius per cui il grande guru della musica contemporanea sedette alla consolle del formidabile impianto elettro-acustico, posta accanto alla vera del pozzo al centro del secondo chiostro di Santa Croce: Sirius sotto le stelle; e fu la volta che lo spazio brunelleschiano ritrovò la purezza della fruizione che aveva goduto allorché Jacques Copeau vi aveva rappresentato la storia edificante di Santa Uliva.
Non si sta a dire di altri programmi preziosi, antichi e moderni.
Si dice della seconda parte di quel Maggio: fu un intenso festival Rostropovič.
L’opera – dunque – era l’Onegin (quando Pier Luigi Samaritani fece rivivere anche da regista le sue belle scenografie). Ma Galina Višnevskaja si era già brillantemente presentata con un recital alla Pergola, nel quale aveva cantato Čajkovskij, Rimskij-Korsakov, Glinka e Rachmaninov, accompagnata al pianoforte da suo marito, Mstislav. E, tra le prove e le performances di quelle fervidissime settimane, Rostropovič arrivò a isolarsi concentrandosi sul suo leggendario violoncello, per svolgere – in due serate – il ciclo delle sei Suites di Bach.
Quattro – e trionfali – furono le recite di Onegin.
E Čajkovskij, ancora – e sempre sotto la bacchetta di Rostropovič – chiuse nella gloria della Quarta e della Sesta Sinfonia.
Erano i tempi in cui l’intelligentia fiorentina si arrovellava attorno al problema dell’identità del Maggio, disquisiva sulle formule del cartellone: eclettico o monografico? Vagheggiava Maggi ad personam.
Correva l’anno 1980 e la Persona era stata trovata.

Luciano Alberti

da sinistra in alto: Galina Višnevskaja; Leo Nucci e Galina Višnevskaja; Elena Zilio e Galina Višnevskaja; Nicolai Gedda e Elena Zilio; Galina Višnevskaja e Leo Nucci
(© Archivio Storico Teatro del Maggio)