fbpx

Carlo Maria Giulini

CARLO MARIA GIULINI
ORCHESTRA DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO

Pëtr Il’ič ČAIKOVSKIJ
Sinfonia n. 2 Piccola Russia

Modest Petrovič MUSORGSKIJ
Quadri di un’esposizione

Firenze, Teatro Verdi, 19-20 novembre 1993

OF 001 1 CD MONO ADD

Il suono indimenticabile di Giulini

Nell’arco di oltre cinquant’anni Carlo Maria Giulini è salito tante volte sul podio dei complessi del Maggio Musicale per proporre alcuni capisaldi del suo repertorio e qualche raro lavoro appositamente studiato per esecuzioni fiorentine. Il suo debutto a Firenze risale al lontano 8 aprile del 1945 in un concerto al Teatro della Pergola con la violinista Gioconda De Vito dedicato a Weber, Beethoven, Debussy e Berlioz, mentre l’ultima collaborazione con l’Orchestra del Maggio del marzo 1998 accostava la Sinfonia Jupiter di Mozart alla Seconda di Brahms. Non fu però quello il suo ultimo concerto al Comunale perché nel febbraio dell’anno seguente, quando già aveva abbandonato la carriera per dedicarsi all’insegnamento, lo si rivide provare e dirigere la Sinfonia Pastorale di Beethoven con i ragazzi dell’Orchestra Giovanile Italiana in una serata emozionante al Piccolo Teatro. A Firenze si presentò come direttore d’opera nel maggio del 1952 per la prima riproposta della Didone di Cavalli nel Cortile di Palazzo Pitti e nella stessa veste tornò per Euryanthe (1954) e Der Freischütz (1957) di Weber, le prime riprese moderne del Don Sebastiano di Donizetti nel ’55 e degli Abenceragi di Cherubini nel ’57, il Rigoletto del dicembre 1966, a breve distanza dalla riapertura del Comunale dopo l’alluvione, e infine il Falstaff del gennaio 1983 in coproduzione con la Los Angeles Philharmonic Association e il Covent Garden londinese. Nel vasto repertorio dei suoi tanti concerti fiorentini è invece possibile cogliere una predilezione per grandi opere sacre sinfonico-corali, dalla Messa del Venerdì Santo di Ghedini alla Messa in si minore di Bach, dallo Stabat Mater di Rossini al Requiem di Verdi, dal Deutsches Requiem di Brahms al Requiem di Fauré.
Le esecuzioni riprodotte in questo CD furono dirette da Giulini in tre concerti tenuti al Teatro Verdi il 19, 20 e 21 novembre del 1993. Il programma dedicato al repertorio russo abbinava due opere a lui particolarmente care che già molti anni prima aveva proposto al Comunale, nel 1949 la Seconda Sinfonia di Čajkovskij e nel 1951 i Quadri di Musorgskij orchestrati da Ravel. La Sinfonia in do minore op. 17, completata nel 1873 e revisionata nel 1880, viene indicata fra i maggiori avvicinamenti del musicista al nazionalismo del “Gruppo dei Cinque” soprattutto per l’impiego di melodie popolari ucraine che le ha valso il titolo di Piccola Russia. Nei programmi di Giulini ha sempre avuto un posto di spicco, perfino maggiore di quello riservato alle tre grandi ultime Sinfonie. La incise in studio nel 1956 con la Philharmonia londinese ma ne esistono fuori commercio anche altre registrazioni in concerto con la Boston Symphony, la New York Philharmonic e i Berliner Philharmoniker disseminate lungo l’intero arco della sua carriera. Una predilezione probabilmente legata all’eleganza formale della partitura, nonostante l’impronta etnica dei temi saldamente radicata nella tradizione occidentale, e soprattutto alla moderna lucentezza di una veste strumentale che in certi capricciosi giochi dei legni sembra addirittura anticipare tratti del neoclassicismo novecentesco. Non a caso fu amata da Stravinskij che la diresse in concerto come testimonia una rara registrazione americana. Nel corso degli anni Giulini ha sempre adottato la versione riveduta e curiosamente ha praticato tagli nel movimento finale forse avvertendo una certa pesantezza nei continui ritorni del tema principale, la melodia ucraina La gru. Sotto l’aspetto testuale questa esecuzione fiorentina coincide dunque perfettamente con l’incisione londinese. Ne diverge invece per tempi generalmente più lenti, secondo una tendenza caratteristica dell’estrema maturità del direttore, e per una maggiore cupezza di tinte che arriva ad oscurare anche le pagine più luminose come l’Andantino marziale, in questa esecuzione animato da un’ironia sorniona e amara. La sua interpretazione resta però straordinaria soprattutto nel cogliere dietro il vitalismo della partitura gli aspetti di fragilità emotiva e il languore inconfondibili dell’anima čajkovskijana, a cominciare dall’Andante sostenuto iniziale costruito sulla Canzone del Volga che proietta un’ombra malinconica su tutto il primo movimento. L’irrequietezza stralunata del fantasmagorico Scherzo è sottolineata da una nervosa energia che permane anche nel gioco ossessivo di note ribattute del candido Trio e perfino nell’energica brillantezza del Finale il direttore non manca di circoscrivere la tenera parentesi intimistica del secondo tema con un sensibile rallentamento del tempo.
I Quadri di una esposizione sono sempre stati uno dei cavalli di battaglia di Giulini come testimoniano due incisioni fissate in studio, a Chicago nel 1976 e a Berlino nel 1990, ma anche tante registrazioni dal vivo a cominciare da un’esecuzione al Festival di Edimburgo del 1961 con la Philharmonia. Più che tendere a ricreare la scabra crudezza della versione originale per pianoforte (1874) lo si ascolta anche in questo caso puntare sui sortilegi del caleidoscopio timbrico della trascrizione raveliana (1923) per esaltare l’atmosfera misteriosa e fiabesca che accompagna il percorso di quadro in quadro fino allo sbocco radioso della Porta di Kiev. La sua lettura scongiura il rischio della frammentazione bozzettistica attraverso un’arte del raccontare che poco a poco carica di tensione drammatica l’evocazione delle immagini e anche in questo caso la lentezza dei tempi, particolarmente marcata in Tuileries, nel Balletto dei pulcini nel loro guscio e nel Mercato di Limoges, favorisce lo scavo espressivo dei particolari e il senso di meraviglia provocato dai contrasti di atmosfera. È comunque soprattutto di fronte alla soffusa melanconia del Vecchio castello, al pesante incedere di Bydlo, vero simbolo sonoro del faticoso trascinarsi dell’esistenza della povera gente, e ai bagliori visionari di Catacombae, che la tornitura del fraseggio e la mirabile arte del legato, la calibratura dei piani dinamici e le sottili sfumature del colore rivelano anche in questa esecuzione la formidabile statura del direttore. Tutto questo, soprattutto negli ultimi anni di carriera, Giulini lo otteneva con un gesto di asciutta essenzialità estraneo a qualsiasi ricerca di effetto. La sola sua presenza sul podio sapeva però puntualmente coinvolgere gli strumentisti in un atteggiamento di concentrazione e amoroso rispetto delle partiture affrontate, quello che si può cogliere anche nell’ammirevole risposta dell’Orchestra del Maggio. Bastava l’alzarsi della sua bacchetta per ritrovare ogni volta quel suono denso e severo ma anche elastico e variegato nel restituire ad ogni frase il maggior spessore espressivo possibile, il suono indimenticabile di Giulini.

Giuseppe Rossi

ACQUISTA