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Carlo Maria Giulini

Carlo Maria Giulini
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Ludwig van Beethoven
Egmont op. 84 Ouverture

Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92

Firenze, Teatro Comunale, 29-30 giugno 1984

OF 014 1 CD STEREO ADD

 

Ascolta l’anteprima: Ludwig van BeethovenSinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 – Presto

Il tempo ritrovato

L’applauso del pubblico di Firenze per Carlo Maria Giulini, alla fine dei suoi concerti beethoveniani del 29 e 30 giugno 1984, fu come sempre oceanico, in un Comunale gremito più che mai. Giulini con la città, la sua orchestra e il suo pubblico aveva un rapporto speciale, di presenze abituali e importanti. Allora non ci si limitava a batter le mani: la gente gridava, letteralmente. Magari per far sentire il suo dissenso: progettato da Luciano Berio, il Maggio 1984, che con quei concerti si avviava alla conclusione, era cominciato con i fischi a Jurij Ljubimov, per la regia di un Rigoletto avventuroso, reciprocati da lui con un gesto più napoletano che non sovietico. Era ancora il tempo delle grandi passioni, da parte di un pubblico che viveva il suo teatro e la sua orchestra con un patriottismo sospinto fina a proporsi come una sorta di azionariato morale. Entusiasmi e attese si coagulavano soprattutto intorno ai grandi interpreti, sentiti come una componente primaria e necessaria del fatto musicale, da conoscersi attraverso i dischi e i mezzi di comunicazione di massa per poi ritrovarli nell’esecuzione dal vivo, golosamente richiesta alle istituzioni e onorata con sale esaurite e reazioni anche sanguigne. E come grande interprete, appunto, Giulini si poneva: non faceva il filologo, ma cercava nella musica valori e significati assoluti. Non tentava di scavalcare la storia a ritroso per recuperare un originale più o meno intatto, ma la rileggeva consapevolmente, attraverso immagini e vedute interpretative sedimentate lungo gli anni, per trovarci il senso di una presenza costante nella cultura e nei sentimenti collettivi. Una prassi esecutiva che non sperava di ripetere quella di un tempo lontano, ma che faceva tesoro di quanto da quel tempo in poi si era fatto, e soprattutto pensato. (…)

Daniele Spini