fbpx

Attila

Giuseppe Verdi
ATTILA

Attila Nicolai Ghiaurov
Ezio Norman Mittelmann
Odabella Leyla Gencer
Foresto Veriano Luchetti
Uldino Ottavio Taddei
Leone Mario Rinaudo

Riccardo Muti
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche Guido Monaco di Prato

Maestro del Coro Adolfo Fanfani
Maestro del Coro di voci bianche Ermens Bevilacqua

Firenze, Teatro Comunale, 19 dicembre 1972

OF 025 2 CD MONO ADD

Ascolta l’anteprima: Giuseppe Verdi – Attila – “Mentre gonfiarsi l’anima”

L’Attila fiorentino di Riccardo Muti: seconda tappa di un lungo cammino

(…) E torniamo ora a queste recite fiorentine del dicembre 1972, parlando del quartetto di cantanti ivi impiegato (tutti, curiosamente, tra i 40 e i 44 anni). Dopo il debutto nella difficile parte, compiuto nell’ottobre dello stesso anno nel New Jersey, Leyla Gencer tornava a Odabella negli ultimi anni della sua gloriosa carriera (che si concluderà nel 1983). Non si dirà nulla di sconveniente nel rilevare come i mezzi vocali della cantante turca fossero un po’ appannati, o come lo slancio eroico della cabaletta d’entrata non trovasse perfetta rispondenza in un’emissione forse mai stata veramente adatta al ruolo: ma, grazie anche alla comune passione per la ricerca musicale condivisa con Riccardo Muti (con cui collaborerà ancora a Firenze per Macbeth nel 1975 e in tanti anni a Milano, alla guida dell’Accademia), per l’intensità del fraseggio (che meraviglia, quel “Fuggente nuvolo”, sia nella poesia delle mezzetinte che nell’amorevole accompagnamento dal podio!) e lo slancio della leonessa (anche in un re bemolle sovracuto fuori ordinanza), la Gencer è una Odabella da tenere a mente. Diversissima, ovviamente, dalla Stella che la precedette a Roma e dalla belcantista Studer che la seguirà a Milano, ma non meno interessante. Se la fulgida vocalità di Veriano Luchetti, vero habitué del ruolo assai acuto di Foresto, è perfettamente adatta alla lettura corrusca eppure analitica di Muti (che, viceversa, non sembrava sintonizzarsi perfettamente con il Cecchele della Rai), l’allora quarantenne canadese Norman Mittelmann, pur con qualche limite di temperamento, ha una vocalità cuprea ed estesa in alto, affatto idonea al personaggio, piuttosto tetragono, di Ezio, che coglie con maggiore efficacia del Guglielmo Tell di qualche mese prima. E infine Nicolai Ghiaurov, che resta il fenomeno vocale capace di soggiogare gli spettatori per tre decenni, e il cui enorme carisma emerge anche in una serata in cui qualcosa non sembra funzionare alla perfezione. Quello che il disco non può ovviamente conservare è l’efficacia della regia di Sandro Sequi e la bellezza delle scene di Pier Luigi Pizzi (con quell’apparizione di Papa Leone in un campo di grano che rimarrà un modello), ma quello che invece sa esaltare, grazie anche al notevole miglioramento acustico garantito da questa rimasterizzazione dei nastri originali, è la concertazione di Muti, che prende una strada ben diversa dai pur lodevoli precedenti di Giulini e Bartoletti e, ancor più che a Roma, unisce lo slancio elettrizzante delle strette all’accento epico dei grandi finali, con un’essenzializzazione quasi novecentesca di colori e fraseggi: la strada verso l’Attila belcantistico degli anni Ottanta è già tutta qui, in un cammino verdiano che, a Firenze, culminerà in un Otello che rimane, forse, il più folgorante dei tanti nella carriera del Maestro Muti.

Nicola Cattò

da sinistra in alto: Leyla Gencer, Mario Rinaudo e Nicolai Ghiaurov; Nicolai Ghiaurov; Leyla Gencer; Nicolai Ghiaurov; Veriano Luchetti (© Archivio Storico Teatro del Maggio)