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Alfredo Kraus

Alfredo Kraus
Il canto come arte

Arie, duetti e scene da
La favorita, La traviata, Lucrezia Borgia,
Lucia di Lammermoor, L’elisir d’amore, La fille du régiment

Con Fiorenza Cossotto, Mariana Nicolescu, Angelo Romero,
Katia Ricciarelli, Elena Zilio, Edita Gruberova, Lorenzo Saccomani,
Luciana Serra, Ruth Welting

Direttori Bruno Bartoletti, Thomas Schippers,
Gabriele Ferro, Gianluigi Gelmetti, Gianandrea Gavazzeni

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

OF 027 2 CD MONO-STEREO ADD

Ascolta l’anteprima – Giuseppe Verdi – La traviata “Annina, donde vieni?… O mio rimorso, o infamia”

Alfredo Kraus, un tenore senza confronti

Nel gennaio del ’56 Mario Parenti diresse Rigoletto al Teatro dell’Opera del Cairo con una di quelle compagnie di giro, che dall’Italia si spingevano su palcoscenici di aree periferiche. Rigoletto era il fiorentino Enzo Mascherini, un baritono di chiara fama, circondato da giovani di belle speranze: Gilda era Anna Maccianti, fiesolana, classe 1930; il Duca di Mantova Alfredo Kraus, nato a Las Palmas nel ’27.
Kraus fu subito un tenore senza confronti, qualcosa di unico e di speciale. Al suo apparire impressionò gli intenditori più raffinati. Essi videro in lui un erede privilegiato di mitici tenori lirico-leggeri, quali Dino Borgioli o Tito Schipa; in più un registro acuto particolarmente esteso lo candidò per i ruoli da tenore contraltino, dall’Arturo dei Puritani, all’Elvino della Sonnambula, allo stesso Ernesto del Don Pasquale: eseguito in tono, con la riapertura della cabaletta “E se fia che ad altro oggetto”. Per il repertorio praticato nei primi anni di carriera poteva essere considerato il rivale di Luis Alva o di Cesare Valletti. Il timbro virile, di una virilità stilizzata, argentino, ma un poco brunito, era sostenuto da una buona tecnica che andò completandosi negli anni fino a diventare perfetta. L’accento incisivo, il fraseggio elegante ed aristocratico, privo di affettazione, era al servizio di un canto essenziale, mai forzato. Agli esordi parve freddo per pubblici abituati ad un’espressività più estroversa, ma, ascoltato oggi, suona travolgente. Pur esperto nell’arte delle sfumature, Kraus usò sempre con parsimonia mezze voci, filature. Liberò così i personaggi dei tenori lirico-leggeri da quella liquorosa mollezza che rendeva datate le letture, per altri versi memorabili, di tenori storici, come Gigli, De Lucia e Schipa. Per una di quelle coincidenze, di cui è fatta la storia, Kraus risultò essere una versione aggiornata e moderna dell’antico tenore di grazia, interprete privilegiato del repertorio del primo Ottocento, da Bellini al primo Verdi. Si trattava di un tipo di tenore dal canto aristocratico, cui ben si adattavano gli eroi in giustacuore. Il tenore di grazia ebbe il suo antesignano in Giovan Battista Rubini, trovò piena realizzazione in artisti come Lorenzo Salvi, Mario De Candia, Antonio Poggi, Carlo Guasco. Nella seconda metà dell’Ottocento accolse nel suo repertorio taluni titoli di Verdi, della Scapigliatura e della produzione francese. In questa nuova veste ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti il navarrese Julián Gayarre, di cui Kraus è da considerarsi l’erede. L’eredità, però, non andrà trovata nella sovrapposizione tra timbro e personalità, quanto nella ricerca costante di un canto fine, requisito indispensabile per dare piena e compiuta realizzazione al repertorio di grazia dell’Ottocento. Lo confermano le pagine di Donizetti che caratterizzano questa pubblicazione.
(…) Kraus cantò solo tre titoli verdiani, Rigoletto, La traviata e Falstaff, che debuttò rispettivamente nel ’56 all’Opera del Cairo, nello stesso anno al Teatro Lope de Vega di Siviglia e nel ’57 al Teatro Sociale di Como. Abbandonò presto Fenton, ma tenne in repertorio il Duca di Mantova e Alfredo, di cui è considerato interprete di riferimento. Nell’uno e nell’altro caso ebbe modo di registrare importanti edizioni discografiche con illustri direttori: Sir Georg Solti per Rigoletto; Riccardo Muti e Zubin Mehta per La traviata. L’Alfredo di Kraus stupisce fin dall’attacco di “Un dì felice, eterea”. Tecnica e stile gli consentono di realizzare momenti magici come il con espansione che, legando “d’ignoto amor” a “Di quell’amor”, esprime tutta la passione del giovane innamorato. Lasciamo ai cultori degli acuti non politicamente corretti la puntatura (peraltro splendida) che conclude la cabaletta. Prestiamo attenzione alla facilità del canto, nonostante la tessitura scomodissima di “De’ miei bollenti spiriti”, all’accento di “sorriso dell’amore”, al fa di “vivere”, alla salita al si bemolle di “dell’universo”, legatissima, con il suono che cresce in intensità così che l’acuto esprime la passione di Alfredo, al dolcissimo che Verdi scrive sulle ultime battute. Non trascuriamo, però, la nitidezza delle quartine della cabaletta che rafforzano l’impeto di un Alfredo sdegnato come un hidalgo. La vocalità di questo pezzo è simile a quella della “Pira”. Non a caso Riccardo Muti aveva indicato proprio in Kraus la voce elegiaca ed eroica di Manrico. Molto concreto, Kraus si tenne sul suo terreno, ma non mancò in anni giovanili di incidere “Ah! sì, ben mio” e “Di quella pira”.
Agli impossibili sogni di quello che avrebbe potuto essere e non è stato, preferiamo notare il felice rapporto con il pubblico del Teatro Comunale di Firenze, dove Kraus ha dato molte volte prova della sua arte, ripagato con un abbraccio entusiasta e generoso, che altri teatri italiani non hanno saputo tributargli, se non tardivamente e con un certo sussiego.

Giancarlo Landini