Dal 14 al 22 marzo, va in scena il dittico “Il castello di Barbablù” di Bartók e “La voix humaine” di Poulenc

Dal 14 al 22 marzo 2026 nella Sala Grande del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino va in scena il dittico “Il castello di Barbablù” di Béla Bartók e “La voix humaine” di Francis Poulenc.
Sul podio Martin Rajna, la regia è firmata da Claus Guth.
In scena Florian Boesch e Christel Loetzsch ne “Il castello di Barbablù” e Anna Caterina Antonacci ne “La voix humaine”.
Nuovo allestimento in coproduzione con Tiroler Festpiele Erl
Firenze, 11 marzo 2026 – Dopo il grande successo di Pagliacci e Cavalleria rusticana il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino presenta un altro dittico: Il castello di Barbablù di Béla Bartók e La voix humaine di Francis Poulenc: le due opere sono in scena nella Sala Grande del Teatro il 14 marzo alle ore 17; il 18 marzo alle ore 20 e il 22 marzo alle ore 15:30.
Sul podio dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino il maestro Martin Rajna; la regia dello spettacolo è firmata da Claus Guth - al suo debutto al Maggio - in un nuovo allestimento realizzato in coproduzione con il Tiroler Festspiele Erl. Completano il team creativo Monika Pormale per le scene, Anna Sofia Tuma per i costumi e Michael Bauer per le luci.
Il cast vocale vede protagonisti Florian Boesch nel personaggio di Barbablù e Christel Loetzsch in quello di Judith per Il castello di Barbablù; in La voix humaine il ruolo della protagonista Elle è affidato a Anna Caterina Antonacci.
Dopo l'intervallo, prima de La voix humaine, verrà eseguito, come entr'acte, il terzo movimento del concerto di Bartók.
Composto nel 1911 su libretto del poeta, regista e sceneggiatore Béla Balázs e rappresentato per la prima volta solo sette anni dopo, nel 1918, al Teatro dell’Opera di Budapest, Il castello di Barbablù è l’unica opera lirica di Béla Bartók. Il lavoro, in un singolo atto, si sviluppa come un intenso dialogo psicologico tra i due soli protagonisti: Barbablù e la sua nuova sposa Judith. Ambientata nell’oscuro e misterioso castello del principe, l’opera segue la progressiva scoperta dei segreti custoditi dietro le sette porte della dimora, che Judith insiste nell’aprire una dopo l’altra. In questo percorso simbolico e inquietante, la musica di Bartók – ricca di suggestioni timbriche e di richiami alla tradizione popolare ungherese – accompagna un dramma interiore fatto di desiderio di conoscenza, paura e solitudine.
A completare il dittico è La voix humaine, tragedia lirica in un atto di Francis Poulenc su testo di Jean Cocteau, rappresentata per la prima volta nel 1959 al Théâtre national de l’Opéra-Comique di Parigi. L’opera è costruita come un intenso monologo: l’unico personaggio in scena, Elle, parla al telefono con l’uomo che l’ha appena abbandonata. Attraverso una conversazione frammentata, fatta di silenzi, interruzioni e improvvisi cambi di tono, emerge il progressivo crollo emotivo della protagonista.
Nel corso delle stagioni del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Il castello di Barbablù è stato rappresentato complessivamente dieci volte, mentre La voix humaine è andata in scena in tre occasioni.
Parlando della sua messinscena e della sua idea drammaturgica, Claus Guth ne ha sottolineato non solo l’aspetto psicologico, ma anche e soprattutto l’aspetto simbolico che si cela dietro alle due opere: “Il mio desiderio si è sempre concentrato su come avrei potuto unire questi due titoli: per esempio ne La voix humaine, davvero un’opera fantastica, mi ha sempre disturbato che la parte della donna fosse relegata al mero ruolo di vittima e, nel mondo dell’opera, credo che si debba trovare il modo di allontanarci da questa ‘tradizione’. Ho quindi cercato di sviluppare una nuova storia, unendo queste due opere, dove troveremo una vendetta nei confronti di questa spaventosa figura che è Barbablù che alla fine verrà uccisa dalla donna protagonista de La voix humaine: questa trovata mi ha dato modo di unire le due storie come se fossimo all’interno di una vera e propria ‘storia criminale’ ma, allo stesso tempo, di sviluppare l’evoluzione psicologica della vicenda.
Quando avevo 14 anni ricordo di aver sentito un’incisione de Il castello di Barbablù e fin di primi accordi ne fui molto colpito: a partire dal prologo capiamo infatti che non dobbiamo prendere ciò che vediamo e sentiamo alla lettera bensì interpretarlo da un punto di vista simbolico. Per esempio le famose porte di Barbablù: io non le mostrerò direttamente ma farò capire come, sempre simbolicamente, esse possano “aprire” qualcosa. Inoltre è importante la relazione uomo-donna che si svolge e si sviluppa in uno scenario che è contemporaneamente un contesto sia di guerra che d’amore. Si farà inoltre riferimento a quanto sia possibile far trapelare della propria persona senza venir feriti: entrambi i protagonisti hanno già avuto molte relazioni e per questo sono molto prudenti nell’aprirsi verso il prossimo. Per me è come se stessimo trattando uno studio delle relazioni fra gli esseri umani e non solo una lontana storia di due persone ambientata in un remoto castello. Ognuno di noi seduto nel pubblico potrà capire, in una sfumatura o nell’altra, ciò che i protagonisti dicono e sentono: questo rende la storia profondamente più realistica. Ho dunque cercato di trovare un’interpretazione che possa in qualche modo legare le piccole ‘storie’ di ognuno di noi a tutto questo.
La voix humaine è un altro capolavoro di analisi introspettiva dell’anima di una persona: una persona ferita e traumatizzata da una relazione. Essa resta - per esempio - attaccata al telefono dando l’apparenza che in realtà tutto sia normale e perfetto ma, evidentemente, possiamo vedere e percepire che davanti agli occhi ci troviamo una donna distrutta. Nella mia interpretazione lei tornerà da quest’uomo che l’ha annientata e trasformata in questa ‘tremenda’ vittima per avere la sua vendetta; è dunque un modo per chiudere la storia che lega le due opere. Questa è una fantastica possibilità di essere qui per la prima volta a Firenze in questo teatro magnifico, un posto che si adatta benissimo a queste due opere dando modo di concentrarsi sull’anima delle due storie”.
La storia di queste due opere non è dunque solo un’unione narrativa, ma anche un’unione musicale che il maestro Martin Rajna ha approfondito nella sua analisi per il libretto di sala: “In quest’opera, Bartók non solo ha forgiato un proprio linguaggio operistico in termini musicali - un risultato significativamente influenzato dai suoi primi incontri con l’opera contemporanea, in particolare Salome ed Elektra di Richard Strauss - ma ha anche introdotto un focus tematico radicalmente diverso. Invece di soggetti nazionali o storici, Barbablù pone al centro della scena il dramma interiore dell’individuo e il conflitto psicologico. Dal punto di vista musicale, l’opera è chiaramente strutturata, poiché le sette porte che giocano un ruolo centrale nella narrazione sono delineate con nitida chiarezza” ha affermato il maestro parlando dell’opera di Bartók.
“Poulenc ha invece inscritto la propria crisi personale ne La voix humaine” ha proseguito Rajna “In virtù della sua premessa drammatica - una conversazione telefonica ascoltata solo da un lato - l’opera trasmette il suo tema centrale in modo unicamente potente: la solitudine incommensurabile. La struttura musicale dell’opera di Poulenc è distintiva. Sebbene il testo drammatico funga da principale forza organizzatrice, si percepiscono gesti wagneriani a livello motivico. In certi momenti, l’orchestra parla al posto della cantante; il testo occasionalmente convoglia un significato contrario alla musica; e specifici motivi sono associati agli stati emotivi della protagonista e ai livelli semantici più profondi dell’opera. A differenza dell’opera di Bartók, che impiega un vasto apparato orchestrale, Poulenc assegna un’orchestra relativamente piccola alla solista. Ciò non implica alcuna mancanza di ricchezza nell’orchestrazione o nella trama sonora. Al contrario, la sezione ampliata delle percussioni e la scrittura per gli archi - ricca di diverse tecniche esecutive - conferiscono all’opera una tavolozza di colori eccezionalmente raffinata e distintiva. Il pubblico dell’opera ha spesso incontrato le composizioni di Béla Bartók e Francis Poulenc presentate come un dittico. Nella messa in scena di Claus Guth, tuttavia, i due pezzi formano un insieme unitario: fili drammaturgici nascosti tessono una narrazione condivisa, trasformando l’esplorazione di Bartók delle dinamiche uomo-donna e il monodramma di Poulenc in una sorta di unità mistica”.
Le opere:
Il castello di Barbablù
Il castello del principe Barbablù, opera in un atto su libretto di Béla Balàzs fu composta da Bartók nel 1911 ma rappresentata solo sette anni dopo, il 24 maggio 1918 al Teatro dell’Opera di Budapest. Il libretto proposto da Balàzs recupera la figura della tradizione favolistica dello spietato Barbablù per calarla in una cornice simbolista sulla scia del Pelléas et Mélisande di Debussy-Maeterlinck. L’opera, articolata in nove scene, prevede solo due protagonisti: Barbablù e la moglie Judith che si esprimono con un canto, prevalentemente recitativo, basato su scale pentatoniche di tradizione popolare ungherese. L’azione si svolge nel castello del principe in epoca medievale. Un prologo recitato da un bardo introduce la prima scena che descrive la risolutezza di Judith nel voler seguire il marito nel suo lugubre e misterioso castello. La donna vuole però conoscere il passato di Barbablù e inizia ad aprire una dopo l’altra le sette porte segrete del castello. Con sgomento scopre stanze e luoghi sinistri macchiati di sangue, elemento cardine dell’opera associato da Bartók all’accordo di seconda minore, il più dissonante in assoluto. Nell’aprire la settima e ultima porta, Judith teme di trovare i cadaveri delle precedenti mogli assassinate ma invece vedrà sfilare davanti ai suoi occhi tre donne vive e riccamente abbigliate. Sono le donne del mattino, del meriggio e della sera che ormai appartengono solo al mondo dei ricordi di Barbablù. Judith, come donna della notte, dopo essere stata incoronata e ricoperta di gioielli dal marito, le seguirà per sempre nella settima stanza, la cui porta si chiude facendo ripiombare il castello nell’oscurità.
La voix humaine
Nel 1930 Jean Cocteau aveva portato sulle scene della Comédie-Française La voix humaine, dramma della solitudine e disperazione di una giovane donna abbandonata dal suo amante. La proposta di realizzare un’opera su quel soggetto giunse a Francis Poulenc da Hervé Dugardin, allora direttore della filiale parigina di Casa Ricordi. Il compositore, che già aveva messo in musica testi Jean Cocteau, accettò volentieri la sfida di adattare un testo squisitamente teatrale alle esigenze della musica e la sua versione de La voix humaine debuttò al Théâtre national de l'Opéra-Comique il 6 febbraio del 1959. Unico personaggio in scena, la protagonista - definita genericamente Elle (lei) - parla al telefono con l’amante di cui non udiamo mai la voce ma le cui risposte sono intuibili dal cambio di tono di Elle. Impegnata in un lungo monologo attaccato al filo del telefono, Elle è un ruolo vocale complesso, a metà tra teatro di prosa e teatro musicale che richiede parimenti doti vocali e attoriali. Ne La voix humaine di Poulenc tutto sta infatti nella voce, nella capacità camaleontica di restituire ogni sfumatura dello stato emotivo della protagonista: l’apparente calma iniziale, il dubbio, l’incomprensione, la solitudine, l’agitazione, la disperazione, il tormento fino all’affranto “je t’aime” finale che chiude la telefonata e l’opera in modo perentorio e sconsolato.