Chiarot: “Carmen, ma anche Violetta, vivono con noi.

 Non è una scelta politically correct ma una precisa scelta artistica e teatrale”

Chiarot: “Carmen, ma anche Violetta, vivono con noi.

 Non è una scelta politically correct ma una precisa scelta artistica e teatrale”

Carmen e La traviata, nei due allestimenti entrati a far parte del repertorio del Maggio Musicale Fiorentino, debuttano a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, in concomitanza con la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Firenze, 23 novembre 2018 – “In un momento storico in cui la nostra società è piagata dal femminicidio come posso pensare di applaudire una donna che viene uccisa?” Partiva da questo interrogativo l’idea lanciata da Cristiano Chiarot, sovrintendente del Maggio Fiorentino, al regista Leo Muscato, che poco meno di un anno fa raccoglieva ila proposta e metteva in scena una Carmen dal finale differente, in cui la protagonista – vittima di reiterate violenze – non viene uccisa ma si difende da Don José. A distanza di un anno l’allestimento del capolavoro di Georges Bizet torna sul palcoscenico del Maggio entrando a far parte del repertorio, debuttando – non a caso – il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (altre recite 28 e 30 novembre; 2, 4 e 6 dicembre) con la regia di Leo Muscato, il maestro Matteo Beltrami sul podio e Marina Comparato nei panni di Carmen.

La Carmen torna sul nostro palcoscenico – spiega il sovrintendente Cristiano Chiarot –, torna e non muore. Sono convinto del messaggio trasmesso da questo allestimento da volerlo nel nostro repertorio. Desidero che sia chiaro, soprattutto a chi ha voluto intravedere una scelta politically correct, che è proprio fuori strada anche perché ci si è espresso così ha voluto dare al “politicamente corretto” una valutazione negativa. Niente di tutto ciò! La nostra – e lo ribadisco – è stata infatti una scelta artistica, teatrale e nel totale rispetto della creazione di altri di cui abbiamo voluto dare, una interpretazione”.

Molti sono i finali modificati, cambiati di grandi capolavori. Questo “cambiamento”, se si può definire tale un’azione scenica di pochi secondi nell’economia di un’opera che dura più di tre ore e nel quale non una nota musicale è stata cambiata e non una parola del libretto è mutata, è un atto artistico e teatrale che rende il teatro portavoce di una richiesta d’aiuto, un grido che arriva in un momento storico minato da un aumento esponenziale dei femminicidi.

“Credo che questa scelta non vìoli in alcun modo lo spirito dell’opera ma che, al contrario, la trasformi in uno strumento di sviluppo critico, come avveniva nella classicità, dove il mito aveva le sue varianti che non scalfivano il senso originario; la nostra, lo ripeto, è stata una interpretazione.Affermare che questa sia stata una scelta “politicamente corretta” come fanno i benpensanti ci fa capire quanta strada ancora ci sia ancora da fare e quanto lavoro sia necessario per far rientrare le persone in un àmbito di una corretta discussione dell’analisi del femminicidio. I benpensanti non possono essere ritenuti uomini di teatro anche se sono “uomini di teatro”. Il teatro è libertà, lo spettacolo deve essere libertà. I grandi, con le loro opere, hanno interpretato, migliorato la società, cercando di farla ragionare e di aumentare lo spirito critico degli spettatori. A quanti ci hanno criticato, anche duramente, va il pieno rispetto per le posizioni che possono essere diverse. Nei confronti dei benpensanti provo il timore che vogliano imporre un pensiero unico di ben tristi memorie”.

Uno strumento di discussione e contro l’ignoranza, che trova un file rouge nell’epilogo di un’altra opera, La traviata con l’impianto drammaturgico di Francesco Micheli che ha debuttato questo settembre insieme a Trovatore e Rigoletto nella Trilogia Popolare e che torna a partire dal 29 novembre (repliche 1,5,7 e 9 dicembre). Nella rilettura registica di Micheli, Violetta infatti non si accascia al suolo stroncata dalla tisi ma si allontana, alla fine dello spettacolo, come se avanzasse simbolicamente verso un’altra dimensione tutta di luce. Violetta non cade vittima delle mani di un uomo, ma subisce comunque una fortissima violenza psicologica da parte del padre di Alfredo, Giorgio Germont, che la obbliga ad allontanarsi dal suo amato il quale comunque la insulta pubblicamente. Carmen e Violetta diventano così due eroine senza tempo, simboli all’ennesima potenza di una femminilità oltraggiata che ha bisogno, e ha voglia, di rivalsa.